Cairo – La rivoluzione e la bellezza

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REPORTAGE DI UNA RIVOLUZIONE

REPORTAGE DI UNA RIVOLUZIONE
Da Dahab, Egitto + dal Cairo
Di Sonia Serravalli (autrice de “L’oro di Dahab” – Premio Rhegium Julii 2007 – e di “Se baci la rivoluzione”, IBUC Edizioni, gennaio 2012)

Gennaio 2011, l’inizio. Durante la rivoluzione: mi trovo in Sinai, a una distanza giusta per raccontare – né troppo vicina da essere risucchiata dagli eventi, né troppo lontana perché le notizie più immediate e oggettive non possano raggiungermi. Quindi ho raccontato qui, giorno per giorno, come mi è giunta, la verità dell’Egitto.

Un sogno infiammato dalla scintilla vivente di Mohamed Bouazizi – Tunisia.

Nota
Quelle annotate qui sono notizie scritte “sul campo” da una delle località “minori” dell’Egitto, in cui viviamo in tanti da tutto il mondo assieme a egiziani e beduini del Sud Sinai – un collage di telegiornali da più lingue, Paesi e racconti diretti della gente locale -, e in quanto tali credo dotate di una veridicità speciale. Il loro carattere è naif e “sporco” in quanto non setacciato da alcun filtro, indipendente e dettagliato fin nelle briciole del quotidiano, per chiunque vorrà usufruirne.
Il blog continua poi con un duplice viaggio al Cairo per documentare Tahrir (a febbraio e ad aprile 2011) e continui reportage dal Sinai.
Sonia Serravalli, Egitto (2011-2013)

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In nome di tutti i Giulio Regeni

Questo blog oggi risorge in nome di Giulio Regeni e di tutti quelli come lui, soprattutto egiziani, condannati e tortura e a volte anche alla morte,  per amore di verità, senza che nessun giornale li ricordi.

Attorno al caso Regeni, ho ritrovato in rete quasi tutti i blogger e liberi giornalisti con cui ero in contatto durante la Rivoluzione Egiziana, 1 e 2.

Ho lasciato l’Egitto con uno strappo il 9 marzo del 2015, dopo una  storia d’amore tra me e quel Paese di nove anni. Questo blog può essere anche il mantenimento di un cordone ombelicale. Che credevo di voler recidere, ma che a tratti mi richiama.

Sopra ogni cosa, mi rendo conto in questi giorni dell’importanza di questo blog quale archivio. Archivio di pillole di verità, raccolte anche direttamente dalla gente in Egitto, di aneddoti che poi vengono dimenticati ma che sono stati fondamentali nel definire un periodo o nel colmare le lacune delle news ufficiali, di bufale, di indiscrezioni, ricordi e pezzi di storia.

Così, per esempio, voglio registrare qui di seguito i miei più recenti post degli ultimi giorni.

La mia intenzione è poi quella di integrare il blog Rivoluzionando con quello che riuscirò a recuperare che non è stato pubblicato qui a partire dal 2013, ma che è rimasto registrato sui social network. Non posso dare scadenze. So solo che prima o poi ci arrivo.

14 febbraio 2016

Quando sento parlare di Giulio Regeni mi ribolle il sangue.
Durante la rivoluzione egiziana scrivevo a un blog, e mentre la gente moriva, per molti è stato uno dei momenti più euforici della vita. Credevamo nel cambiamento e credevamo nel sogno, eravamo davvero convinti che le cose sarebbero cambiate per sempre… A proposito, anche Giulio Regeni è un martire, un martire che va a unirsi alla lunga lista di chi in Egitto si è schierato dalla parte della giustizia e per questo è stato torturato e ha perso la vita. Allora credevamo in un paradosso grande come una montagna, che a distanza di tempo e spazio mi sono resa conto essere null’altro che, appunto, un paradosso, una contraddizione gigantesca. Ossia il credere, sia nel 2011 sia nel 2013, che lo stesso esercito, al potere di una dittatura disumana da quasi 60 anni, potesse davvero essere amico del popolo e farci da spalla. Per questo mi sono anche inimicata un blogger egiziano, di cui ora mi sfugge il nome, oppure ha dovuto proteggersi in incognito, che allora remava contro tutti cercando di aprirci gli occhi sull’assurdo. Non so come sia potuto succedere: la forza prorompente di quel risveglio, di quella rivoluzione sognata per tanto tempo, ci aveva drogati: avevamo bisogno di credere che fosse possibile e che fosse vero. Non si poteva concepire altro di fronte a tutte quelle perdite (dei martiri della rivoluzione, ma anche di tutti i torturati e uccisi per decenni). Ovviamente, l’esercito ha appoggiato il popolo il tempo necessario a tornare al potere, sia la prima, sia la seconda volta, e poi è si abbarbicato nel suo potentato feroce peggio di prima, coadiuvato anche dalla lotta, necessaria e comunque reale, alle diverse fazioni terroristiche in giro per il paese (a loro volta rafforzate dalla caduta di Mubarak e dal breve governo e poi rovesciamento del gruppo terroristico dei Fratelli Musulmani). I diritti umani sono tornati nel dimenticatoio, con l’aggravante che adesso ai rivoluzionari, agli attivisti e ai “democratici” dovevano anche “fargliela pagare”.
Leggo di chi ancora si chiede come sia andata per Giulio e se si tratti o no di assassinio politico. Solo un anno fa ho scritto un diario di viaggio dal Cairo in cui la persona con me, egiziano, ha rischiato di esser portato dentro (che in Egitto corrisponde subito a torturato se non peggio) solo perché scattavamo foto a un bel colonnato. Ha dovuto fingersi mia guida e io ho dovuto fingermi turista e stupida, mentre spiegavo che la macchina fotografica fosse effettivamente mia. Solo allora, di fronte al mio essere straniera e ignara del loro mondo, hanno cambiato tono, ci hanno lasciati andare e mi hanno addirittura detto “benvenuta in Egitto, benvenuti turisti”. L’ipocrisia di certe teste calde nell’esercito, cresciute al di sotto del livello animale e spesso ancora analfabete, è disarmante. Credo che se mi leggessero non capirebbero neanche che cosa intendo dire. La risposta agli interrogativi dei giornalisti stranieri (non egiziani) è che in Egitto TUTTO è politico, perfino il pane che mangi da bambino. E scopro oggi per caso perfino che conoscevo la persona che aspettava Giulio quella sera e che ha avvisato l’Ambasciata dopo averlo aspettato inutilmente in un’ora da incubo. L’Egitto è grande ma è piccolo, in Egitto fanno gli stolti e poi sanno sempre tutto di quello che fai, che scrivi e di dove ti muovi. Però una specie di psicosi, anche se c’è sempre stata, nell’ultimo paio di anni si è andata ingigantendo di mese in mese e NON E’ POSSIBILE ragionare di quel che capita in Egitto come se fossimo in Europa. Le risposte sono più scontate di quello che pensate se smetteste tutti di sopravvalutare i dittatori africani (e non solo), perché ci fa comodo così o vogliamo credere così o certe atrocità non le possiamo proprio neanche immaginare solo perché siamo nati qui.
Grazie per il tuo coraggio e complimenti per il tuo coraggio, Giulio e grazie anche a tutti coloro che scrivono da là, per una giusta causa.

18 febbraio 2016

Grazie Andrea Teti​, che ho avuto il piacere di conoscere a Dahab dopo averlo sentito ad un intervista in TV.
Queste ipotesi hanno del demenziale (un passo oltre il fantascientifico). Tanto quanto, all’egiziana, le illazioni degli ufficiali egiziani di poter curare epatiti e AIDS con un macchinario di loro invenzione (2013), tanto quanto i discorsi che faceva Morsi, tanto quanto la barba rotta di Tutankamon attaccata con la colla (confermata, poi smentita e poi riconfermata e alla fine han deviato l’attenzione pubblica per una stagione), tanto quanto la notizia che certe ambasciate avevano chiuso per motivi di sicurezza (mi pare inizio 2015), quando era perché i soldati le avevano ridotte a pisciatoi (vedere mio blog e a questo punto utile archivio http://www.rivoluzionando.wordpress.com, il libro “Se baci la rivoluzione” e i post passati).
In ogni caso, rimando a quel che avevo scritto nel post precedente su Regeni: NON E’ POSSIBILE ragionare di quel che capita in Egitto come se fossimo in Europa. In Egitto torturano e uccidono menti pensanti ogni singolo giorno solo per essere tali, non hai affatto bisogno di essere una spia per meritare questo trattamento, se sei egiziano poi basta che fai qualche foto in pubblico (vedere il film con Ahmed Helmy A3sel Eswid, realista e geniale) e da anni continuo a chiedermi perché i giornalisti non colmino queste sfasature tra differenti modelli sociali con l’ausilio di referenti in loco o antropologi, se non riescono a vivere sui luoghi. Andrea Teti, Gennaro Gervasio, Marco Alloni​ conoscono bene l’Egitto, ma sono troppo pochi coloro che scrivono le cose con cognizione di causa, e solo raramente arrivano alle testate nazionali, in qualunque paese. Tutto il resto è fantascienza, fantapolitica o demenza. http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/17/regeni-docente-giulio-non-era-una-spia-ricerca-partecipata-metodo-normale/2472424/

 

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Reciproci feedback

Sono molte le persone che in questi giorni mi mandano lettere o messaggi privati lusinghieri. Vi ringrazio di cuore e dico agli italiani tra questi che come voi siete fieri di me, io lo sono di voi, in quanto ritengo che solo chi abbia imparato a usare la propria testa, anche al di fuori del gregge (con tutti i pericoli e le solitudini  che questo comporta) potrà ancora, un giorno, risollevare l’Italia e la sua dignità.

Per contro, poi, ricevo naturalmente anche alcune critiche. Ringrazio chi me le ha mosse, perché mi permetterà di rendermi più chiara d’ora in mi fa sentire in dovere di puntualizzare meglio in particolare un paio di punti, in un linguaggio molto semplice e immediato, sui pattern più ricorrenti di alcuni feedback. Chiedo inoltre scusa per eventuali commenti o note inavvertitamente sfuggitimi sul social network. Pagina: La verità sull’Egitto dopo il 30 giugno.

Punto uno. Io non sono pro-militari o pro-regime militare in assoluto: credo nella democrazia, nel potere del popolo. Questo non significa che non trovi doveroso accettare, e addirittura lodare, in questi ultimi giorni, l’intervento militare richiesto a gran voce proprio dal popolo in Egitto (o da gran parte di esso: ricordiamo i 30 milioni di cittadini nelle piazze il 30 giugno, che credo essere un dato molto più loquace di qualunque percentuale nelle elezioni – e chi li metterebbe insieme, 30 milioni di voti unanimi, più di un terzo di tutto il paese?). Non solo richiesto a gran voce dal popolo, ma intervento militare di un esercito che sta arrestando (e non uccidendo) ormai una lunga lista di terroristi tra i nomi più ricercati al mondo da anni, es. Safwat Hegazi (uno dei capi più pericolosi dei Fratelli), il capo spirituale dei Fratelli Badia (l’America parla di violazioni di Diritti Umani anziché conferire premi all’esercito che li aiuto nella loro “lotta al terrorismo”); Beltaghi, organizzatore di attentati; El Zawahri, fratello del leader di Al Qaeda;  Hassan Malek, primo finanziatore dei gruppo dei Fratelli; Sobhi Saleh dei Fratelli, Murad Ali, portavoce del partito politico dei Fratelli, Safwat Hegazi, uno dei capi dei Fratelli e tanti altri. Come potrete rendervi conto, avendo concentrati ora in territorio egiziano i massimi vertici del terrorismo internazionale (ricercato dagli stati occidentali da anni lunghi e cruenti), questa è una situazione di altissima allerta e di estrema emergenza. E’ ovvio che da qui a parlare di un regime militare ci passa il mare. E’ stata presentata una road-map da portare a termine, l’esercito egiziano non detiene il potere assoluto ed è in carica un presidente ad interim, Adly Mansour, il cui intento è quello di arrivare a vere elezioni regolari per poter davvero instaurare un governo stabile, eletto dal popolo – governo che non diventi una dittatura appena ti distrai un attimo.

Punto due. Io non ho mai supportato in alcun modo alcuna strage, né ho mai gioito quando ne ho avuta notizia. Se questa fosse l’idea che ho reso. significherebbe davvero che, a causa del filtro della virtualità, sono stata compresa male, o mi sono spiegata male, o in modo non approfondito. Specifico che parlate con una persona che salva anche una formica dalla doccia prima di aprire l’acqua e che l’altro giorno ha salvato una coccinella dal largo, riportandola a riva come una pazza… Se chi muore, in questi giorni, è più probabilmente un fornaio o un portinaio che un terrorista, come mi è stato detto accusandomi di creare scompiglio. è perché un militare non si può permettere di sparare a vuoto, un terrorista sì.

Lungi da me l’idea di appoggiare un massacro, ci mancherebbe, nella mia spiritualità la vita è quanto di più sacro sia di nostra conoscenza… Io credo che qui si tratti ormai di una questione più esistenziale che politica. Infatti, non faccio che chiedere da più parti quale sia l’alternativa, la via d’uscita e il modo più saggio di comportarsi quando qualcuno cerca di uccidere te. Nessuno ha ancora risposto con una risposta pratica e praticabile, neanche El Baradei, così io continuo a cercare… Quindi, ritengo che sia troppo facile dire: “Io sono per la pace a tutti i costi”, a priori, senza indicare una valida via di uscita quando ne va della nostra stessa incolumità. Anch’io sono per la pace, lo siamo in tanti! Se la risposta è quella di Gesù (porgere l’altra guancia) o di Ghandi, i cui uomini si son fatti uccidere a file con grande coraggio durante la resistenza passiva, pur di non divenire loro stessi dei violenti, beh, purtroppo non siamo un’umanità fatta di Gesù e di Ghandi e non siamo pronti a morire vittime di persone o movimenti che non riteniamo nemmeno nemici degni (e, personalmente, anche questo fa la differenza). Oppure, la soluzione sarebbe davvero quella di farci uccidere tutti per lasciare piazza libera a dei terroristi e torturatori, ma, in questo caso, dove la mettiamo la sacralità della vita che ci è stata data? E dove le mettiamo la civiltà e la cultura custodite ed accresciute fino ad oggi? Forse che la nostra vita vale meno di quella del terrorista che sta cercando di ammazzarci?

Inoltre, sposando questa tesi, ci avvicineremo di molto al loro stesso credo: morire per farci grandi, per salvarci, perché noi abbiamo ragione (e saremo martiri) e loro hanno torto. Come vedete, anche se, mi rendo conto, si tratta di semplici commenti en passant in un social network, non la farei tanto facile, vi direi, perché la questione si potrebbe approfondire per intere bibliografie e, ripeto, riguarda questioni esistenziali, non meramente politiche.

Punto tre: se per caso mi ritrovaste amica-di-Facebook con una giornalista che vi sta antipatica o che ha detto il falso o con un sostenitore dei terroristi, vi ricordo che, certamente come gli altri miei colleghi blogger in questo periodo, ricevo decine e decine di richieste d’amicizia e commenti e non vado tanto per il sottile nell’accettare virtualmente le persone; vi ricordo che anche molti sostenitori dei Fratelli bluffano con l’immagine del Sisi nel profilo per poi spiare gli altri o intervenire nelle discussioni con deliranti sermoni ad Allah, quindi: 1) non mi interessa se qualcuno mi spia, dato che non ho nulla da nascondere; 2) le mie amicizie virtuali non rispecchiano le amicizie che stringo nella vita reale, che è anche l’unica in cui le persone si possono conoscere reciprocamente a fondo.

Punto quattro: lo so benissimo che esistono anche sostenitori del deposto Presidente Morsi che non sono in strada a bruciare le auto della polizia, a lanciarle dai ponti o a fare i cecchini, ma sono comuni cittadini e lavoratori egiziani, magari asserragliati in casa in questi giorni – anche se non mi spiego come possano giustificare l’atteggiamento disumano degli altri. Comunque, sarebbe da pazzi pensare che stiamo o tutti da una parte o tutti dall’altra (tutti pro-militari da un lato e tutti terroristi armati dall’altro). Per favore, cerchiamo di non essere assolutisti: le vie di mezzo, come al solito, sono tante (povera gente assoldata dall’organizzazione criminale per garantirsi la sopravvivenza, profughi siriani sistemati nello stesso modo, disinformati vari e in buona fede, ecc. ecc.). Da adesso in avanti, per essere più chiara, non chiamerò più i fuorilegge assassini “Fratelli”, ma li chiamerò ben più chiaramente “terroristi”, perché di questo si tratta: di un’organizzazione internazionale che sovrasta di gran lunga un unico partito egiziano e scavalca alla grande le semplici dicotomie religiose cui accennano i confusionisti. Così ci capiremo tutti meglio ed eviteremo anche noi le gravissime confusioni linguistiche di cui è vittima il nostro giornalismo. Ma, lasciatemelo dire, che soddisfazione poter usare per una volta a proposito la parola “terroristi”, da me stessa censurata dal mio vocabolario per tutti questi anni in cui Stati Uniti e Occidente definivano tali comodi capri espiatori e soprattutto inesistenti fantasmi, gli spauracchi, soprattutto allo scopo di controllarci e di dividerci con la paura…

Punto cinque. Quando mi dite che sono coraggiosa. Grazie mille, ma… perché? Dico solo quello che penso e non sono in guerra. Credo che meritino questo aggettivo ben altri eroi, come i volontari nel campi di primo soccorso, i reporter professionisti o improvvisati (quelli veri) dalle zone calde, anche solo i semplici cittadini che si ostinano a condurre una vita normale sotto la minaccia di sequestri e sevizie, ecc. Comunque, grazie.

Punto sei ed ultimo. Abbiamo il grande privilegio e piacere di scrivere liberamente e senza filtri. Non siamo tre gemelli né cloni, dunque a volte i nostri stili e le nostre differenze caratteriali possono rivelare anche  differenze nel modo di reagire a eventi o notizie. Ma quanto ai fatti, siamo uniti e compatti. Ricordate tutti inoltre che nessuno è giustificato nel prendere per oro colato le parole di nessuno, ricordate che siamo esseri umani e siamo, come tutti, soggetti all’errore e a uno studio in continua evoluzione e che non stiamo scrivendo la Bibbia. Stiamo scrivendo la verità per come la riteniamo tale, per quanto approfonditamente ve la possiamo dimostrare, guidati dalla più genuina e sincera passione per essa e per questo paese, non retribuiti da nessuno e lo facciamo documentandoci di continuo e con la massima scrupolosità che è in nostro potere, ricercando ogni giorno obiettività ed equilibrio. Speriamo di esserne capaci.

Grazie. S. Serravalli

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“Blogger italiana in Egitto denuncia media occidentali”

Linko qui la mia intervista per il mensile Noi Donne. Grazie a Camilla Ghedini, che mi ha qui permesso di pubblicare brani che, per esigenze di stampa, erano stati tagliati in articoli pubblicati precedentemente sui quotidiani. Solo una riflessione sull’Italia. Io amo l’Italia, la amo per la sua storia e soprattutto per quella che era. A Roma mi sento a casa, e non solo lì. Non mi ci ritrovo più in questo momento, ma quando l’Italia sarà pronta ad apire gli occhi ci sarò. Non mi interessano le bandiere (italiana, egiziana…). Mi interessano solo la verità e la volontà dei popoli. http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04639

Qui sotto, il mio articolo di ieri:

In questi giorni frenetici, si susseguono richieste di interviste, interventi bilaterali tra chi scrive e chi legge e commenta, richieste di chiarimenti o esaltazioni per le notizie underground rimarcate o diramate.

Tra tutti questi interventi, mi sovvengono ora un altro paio di punti da condividere con voi.

1)   I mercenari, oggi, non sono soltanto e per forza uomini armati pagati per combattere in terre straniere. I mercenari, oggi, si accumulano tra le fila dei giornalisti iscritti all’albo, specie di coloro che scrivono o operano per testate o telegiornali dal forte impatto di massa – mass media, appunto. Mai come ora urge un aggiornamento del nostro vocabolario quotidiano: il mondo, di recente, è cambiato troppo in fretta.

2)   Solo a Ralph Peters (consiglio la sua intervista http://www.youtube.com/watch?v=LwHFcV01a08) e ai cittadini egiziani, in questi giorni, viene in mente di dire che, forse, forse, la questione egiziana riguarda solo gli egiziani? Ma tra tutti coloro che parlano, dai vertici politici o dai mass media (spesso è la stessa cosa), o dal popolo, dai paesi occidentali, europei o dagli Stati Uniti, così come dagli altri paesi mediorientali, non viene in mente a nessuno che, forse, quel che accade in Egitto non corrisponde propriamente ai fatti loro? A quale livello di sfacciataggine aderiscono, tutti coloro che si sentono in diritto di accusare o di giudicare l’esercito egiziano o Tizio o Caio? Oppure a quale disorientante livello di malizia (o di ingenuità, da parte dei cittadini comuni), nel far passare come normale e legittimo il fatto che in questa faccenda tutti intervengano come se si trattasse della loro nazione?

Perché siamo tutti pronti a dimenticare il concetto di sovranità nazionale, quando non si tratta del nostro paese e quando parlano le maggiori potenze mondiali, dando per scontato il loro diritto di prelazione su qualunque area mondiale – specie se possiede petrolio o “Canali di Suez”?

3)   Terzo punto e il più importante di tutti. Finalmente, qualcuno nel mondo ha dato il via ad un’operazione organizzata e collettiva nello stanare e arrestare i terroristi della zona, confluenti, armati, da tutto il Medio Oriente in territorio egiziano, una concentrazione per supportare i terroristi locali (così che facilitano anche il lavoro delle forze dell’ordine). Pensate che, a questo scopo, sono state anche aperte carceri sui paesi confinanti.

Gli Stati Uniti, con lo stesso pretesto, hanno acceso guerre in decine di Stati del mondo e ne sono usciti lasciandoli depauperati e del tutto destabilizzati (non vedo differenza tra questo e i saccheggi della storia antica e medievale, se non nel grado di camuffamento delle cose). In realtà, poi, sono sempre state dimostrate connivenze tra la potenza americana e i terroristi che ufficialmente e di facciata si combattevano (vedere tutte le dittature protette dagli USA nella storia, vedere il caso Bin Laden, Mubarak, e, adesso, il caso Morsi e Hamas). Ma cerchiamo di aderire alla versione ufficiale: è oltre un decennio che gli Stati Uniti, e sulla sua coda l’Europa e l’Italia, ci ammorbano la vita e gli spostamenti con questo incubo della “lotta al terrorismo”. Adesso che, finalmente, in modo plateale ed evidente, davanti agli occhi di tutto il mondo, abbiamo una popolazione che si è sollevata, oltraggiata, per richiedere il rispetto dei diritti per cui è stata fatta una rivoluzione, per richiedere vera democrazia, vera decenza, vera trasparenza, vera civiltà, una popolazione che ha RICHIESTO l’intervento dell’esercito per sostenerla, e che lo sta a sua volta sostenendo, nell’arresto proprio di quei terroristi (inclusi nomi enormi, come il fratello del grande leader di Al Qaeda Al Zawahiri, ieri), l’America e l’Occidente che fanno? Gli voltano le spalle. Iniziano a diffondere per tutti i TG la notizia che questi terroristi siano le vere vittime, che l’esercito stia sparando su normali cittadini e, addirittura (orrore) che sia stato l’esercito a distruggere delle chiese! L’esercito che sta addirittura proteggendo, con catene umane e rimettendoci vite umane ogni giorno, questi teppisti, assassini e delinquenti dalla folla che vorrebbe linciarli! Allora, io vorrei che le persone che ci leggono, per favore, iniziassero a fare un’analisi seria della situazione. Se questo è l’atteggiamento di America e Occidente, adesso che davvero gli egiziani stanno stanando (e senza bisogno di dodici anni in Afghanistan) i personaggi più ricercati al mondo, di cosa parlavano quando ci indottrinavano sulle loro campagne “anti-terrorismo”? Siamo stati presi in giro per oltre un decennio? Forse che allora non erano questi i “terroristi” che interessavano? Lascio a voi la risposta. Grazie per avermi letto.

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La campagna informativa dall’interno

I TG italiani stanno diffondendo da settimane (e la situazione sta peggiorando), DATI FALSI sull’Egitto (numeri falsi, ruoli invertiti, ecc.). Per chi ne vuole sapere di più, seguiteci sul gruppo “La verità sull’Egitto dopo il 30 giugno” (la sottoscritta, Marco Pieranelli, milanese residente a Sharm e Tarek Khalifa, egiziano). Lì, la nostra campagna di controinformazione per tentare di difenderci dalle menzogne che l’Occidente sostiene, obbedendo a un disegno che coinvolge le maggiori potenze mondiali. Contiamo su di voi, non posso credere che l’Italia sia arrivata a questo punto…https://www.facebook.com/pages/La-verit%C3%A0-sullEgitto-dopo-il-30-giugno/489497431137743?ref=hl

Oggi sul Carlino Ferrara l’estratto di una mia intervista: http://www.ufficiostampacomunicazione.com/blogger-in-egitto-i-media-occidentali-sbagliano-082013.html

Qui sotto, pubblico l’articolo di ieri di Ahmed Pukr, egiziano di Ismaleya, tradotto dalla sottoscritta:

MESSAGGIO AGLI OCCIDENTALI
Gli occidentali non si preoccupano di come i loro governi agiscono al di fuori del proprio paese, hanno solo a cuore la loro attività interna, la sicurezza, l’economia e un buon livello di vita. Dovete sapere che la vostra politica estera prima o poi si ripercuoterà nella vostra politica interna, così come, se si continuano a gettare rifiuti fuori dalla porta, prima o poi vi sarà impedita l’uscita.
Il mio messaggio per voi è: si deve fare attenzione alla questione egiziana ed evitare di utilizzare la stessa strategia usata con la Corea sessant’anni fa. Se il governo americano utilizza i mezzi di comunicazione al fine di trovare una ragione per il controllo del Canale di Suez, dovreste sapere che intere generazioni di egiziani hanno sofferto per costruirlo per l’Occidente, al fine di dare ai cittadini occidentali ciò di cui avevano bisogno per la loro vita quotidiana, ma gli stessi diritti non sono stati garantiti ai cittadini egiziani meno benestanti. Noi non lo utilizziamo per le finalità con cui lo utilizzate voi. Se il Canale di Suez venisse bloccato per un mese, penso che qualsiasi cittadino medio in Egitto non ne risentirebbe. Ma un cambiamento minimo in esso danneggerebbe molte persone in Occidente. I cittadini occidentali devono capire che il popolo egiziano potrà essere povero ma non è stupido. Dovreste interessarvi a ciò che il vostro governo sta facendo in Egitto, non stiamo solo morendo a causa delle armi, stiamo morendo a causa dei vostri media. Abbiate un po’ di pietà per le nostre vite e la stessa pietà vi ritornerà a preservare le vostre vite. Dovete fare attenzione a ciò che si crede dai media, in quanto ciò influenzerà la vostra vita e la prossima generazione.
Se scoprite cosa l’America vuole da noi con questa guerra mediatica, per favore fatemelo sapere. L’America parla soltanto della nostra libertà e democrazia, ma non si preoccupa di quante persone possono rimanere in vita e non si preoccupa della scelta e della volontà del popolo egiziano. Io mi preoccupo per la vita di ogni singola persona in Egitto, che si tratti di Fratelli Musulmani o militari o di poliziotti, perché siamo tutti egiziani e tutti fratelli.

(Ahmed Pukr, Ismaleya, Egitto)

Restiamo a disposizione dall’Egitto, tempo permettendo, per eventuali chiarimenti.

PDF intervista sm

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“L’Egitto vittima delle parole” di Marco Alloni

Pubblico integralmente questo importante articolo del giornalista Marco Alloni, residente al Cairo. Al Cairo, non in Italia. (Link qui: http://www.nazioneindiana.com/2013/07/30/legitto-vittima-delle-parole/):

Quanto si ricava dai media occidentali sull’Egitto è un’immagine che sembra non presentare alcun elemento di ambiguità. La versione dei fatti è trasversale e univoca, e a surrogarla sono le cancellerie e gli uffici diplomatici. “Mohammad Morsi è stato democraticamente eletto, è stato deposto da un colpo di Stato, il generale El-Sisi ha assunto le redini del potere, molti sostenitori di Morsi sono stati uccisi dalla polizia con colpi di arma da fuoco, il paese è spaccato in due e si trova sull’orlo di una guerra civile”. Non credo serva aggiungere altro. Questa è a grandi linee l’immagine che si è radicata presso l’opinione pubblica occidentale. Se poi aggiungiamo le deduzioni degli esperti il quadro è completo: “L’Egitto è tornato a un regime militare, la giunta ha strumentalizzato la piazza per riprendere il potere, il popolo egiziano non è pronto per la democrazia, si sta ripetendo lo scenario dell’Algeria”.

Per quale ragione questo sia l’approccio alla realtà egiziana esula dal nostro articolo. In estrema sintesi risponde probabilmente a quella che potremmo chiamare una atavica predisposizione di certa informazione al categorismo e una forma di sudditanza economico-editoriale alla linea di pensiero dettata dagli interessi occidentali. Per cui, da una parte, problematizzazione e contestualizzazione vengono disinvoltamente risparmiate e, dall’altra, il verbo americano ed europeo informa di sé testimonianze e resoconti.

Ma il punto non è questo. Il punto è che quando delle parole si fanno delle ipostasi è inevitabile che le realtà a cui si applicano divengano delle vittime. E l’Egitto è oggi, più che mai, vittima di una terminologia che lo consegna all’opinione pubblica occidentale in forme spesso paradossali e quasi sempre lontane dalla realtà.

Passiamo in rassegna quelli che chiamerei per semplificare gli apriorismi del linguaggio consueto.

Mohammad Morsi è stato democraticamente eletto. Non è vero. Le elezioni che l’hanno portato alla presidenza non erano né trasparenti né democratiche. Le irregolarità andavano dalle pressioni esercitate davanti alle urne da membri della Fratellanza per impedire l’accesso ai sostenitori di Shafiq, a decine di migliaia di voti multipli, a decine di migliaia di voti di elettori non registrati, a massive diserzioni da parte degli ispettori, a una pressoché totale latitanza dei cosiddetti osservatori stranieri. Per non parlare dei 30 milioni di regalie in forma di cibarie offerte in un capillare voto di scambio all’elettorato più indigente e a quella che lo scrittore Alaa Al-Aswani chiama la “manipolazione degli analfabeti” (40% del paese), la circuizione sistematica di centinaia di migliaia di cittadini a cui veniva incultata la convinzione che un voto contro Morsi rappresentava un “insulto all’Islam”. Ma soprattutto non va dimenticato che, non esaurendosi una democrazia nelle urne, un presidente “democraticamente eletto” non per questo è un presidente democratico. E siamo quindi al secondo punto.

Morsi è stato deposto da un colpo di Stato. Non è vero, o almeno non è corretto affermarlo aproblematicamente. Rigore per rigore, un colpo di Stato non viene infatti soltanto concluso da una giunta militare, ma promosso da una giunta militare. E in Egitto a promuovere il cosiddetto “golpe” non è stato l’esercito, ma il popolo. D’altra parte le modalità e le dinamiche della destituzione di Morsi erano identiche a quelle della deposizione di Mubarak, tant’è che in un caso come nell’altro si è parlato di “rivoluzione”: di “prima” rivoluzione e di “seconda” rivoluzione. Ironia vuole però che l’Occidente non abbia alcuna difficoltà a qualificare come “rivoluzione” il colpo di Stato di Nasser del 1952, come “rivoluzione” l’abbattimento del regime di Mubarak, ma non riesca a non qualificare “golpe” la seconda grande ondata rivoluzionaria del 30 giugno (la più massiccia nella storia egiziana). L’argomento più specioso non è tuttavia quello secondo cui andrebbe definito “golpe” qualsiasi intervento militare porti alla deposizione di un presidente “democraticamente eletto” – andrebbe altrimenti, semanticamente parlando e a rigore, definita tale anche la Resistenza italiana supportata delle truppe americane – ma quello che vorrebbe la sollevazione egiziana un effimero fenomeno di facciata per coprire presunti piani eversivi dell’esercito. E siamo al terzo punto.

Il generale El-Sisi ha assunto le redini del potere. Non è vero, o almeno non è vero per il momento e non lo è istituzionalmente. E se non è vero per il momento e non lo è istituzionalmente – il presidente ad interim si chiama infatti Adly Mansur ed è un ex presidente della Corte Costituzionale – è d’obbligo considerare i dovuti distinguo. Tanto per cominciare non si capisce perché i media occidentali non parlino mai della piazza come una nuova entità storica e politica. Nemmeno di fronte a 33 milioni di manifestanti pacifici – tale è stato il sommovimento del 30 giugno – si vuole riconoscere che a partire dal 25 gennaio 2011 il destino politico dell’Egitto non può estromettere il popolo e né può prescindere da esso. Con singolare paternalismo si vorrebbe invece che dopo 60 anni di dittatura l’Egitto transitasse verso la democrazia senza colpo ferire: dimenticando che né Zapata né Lenin realizzarono le loro rivoluzioni con i mazzi di fiori. La vulgata secondo cui la democratizzazione dell’Egitto dovrebbe prescindere – caso unico nella storia – dal sostegno delle armi ha dunque qualcosa di così virginale da rasentare il grottesco. Chi dovrebbe infatti, in questa delicatissima fase in cui ci troviamo oggi, difendere le istanze rivoluzionarie e accompagnare la transizione, se non l’esercito e la polizia? Qualcuno può responsabilmente immaginare che Morsi si sarebbe fatto da parte – come d’altronde richiestogli a più riprese dalla stessa giunta militare prima del 30 giugno – attraverso una cortese supplica in carta bollata? Dire che El-Sisi ha assunto le redini del potere significa ignorare che l’alternativa era la guerra civile e che, all’infuori di una astratta petizione di principio pacifista, una soluzione meno indolore non esisteva. Ma soprattutto significa ignorare che il processo rivoluzionario non si era concluso con la caduta di Mubarak e non si concluderà con la caduta di Morsi, anche se entrambe fondamentali per la sua realizzazione. Il suo compimento – lungo, faticoso, doloroso – non può prescindere quindi, almen per ora, dal sostegno militare. A meno che si voglia sostenere che nel corso di un anno Morsi abbia davvero promosso la democratizzazione del paese – cioè risposto alle richieste rivoluzionarie della piazza – e non viceversa egemonizzato tutte le istituzioni replicando, di fatto, in forma islamica, il regime illiberale di Mubarak. E che quindi – a dispetto di ogni Realpolitik – dovesse concludere il proprio mandato e portare il paese a uno sfascio definitivo. Nel qual caso non servirebbe ricordare che: ha islamizzato la Consulta e le due camere del Parlamento (poi disciolto), ha collocato i suoi uomini in quasi tutti i governatorati, ha fatto redigere una Carta costituzionale respinta da tutti i più esimi costituzionalisti del paese, ha promosso una delegittimazione della magistratura, ha occupato tutti ministeri e i media, ha “fratellizzato” tutti gli organi di garanzia del paese, ha favorito la discriminazione delle minoranze e il conflitto interconfessionale, ha riportato in auge le torture e le incarcerazioni arbitrarie, ha condotto a morte oltre cento persone in un solo anno e in definitiva ha realizzato quindi, invece di un progetto politico, una serie di “piccoli golpe” che nessuno in Occidente si è sognato di riconoscere né di stigmatizzare (perché finché non ci scappa il morto di Egitto non si parla e perché l’impressione ipnotica suscitata dalle “elezioni democratiche” ha steso una sorta di cappa misericordiosa sopra tutti i soprusi successivi). Non si dimentichino poi le varie imputazioni di ordine penale che la magistratura sta in questi giorni valutando: fuga dal penitenziario con l’appoggio di membri di Hamas, scarcerazione di terroristi e loro legittimazione sociale, favoreggiamento delle formazioni integraliste (nel solo Sinai si contano tra i 4000 e i 6000 jihadisti in libera circolazione), custodia di arsenali nelle sedi della Fratellanza, accordi segreti con l’amministrazione Obama per cedere 40% del Sinai ai palestinesi in cambio di 8 miliardi di dollari in consonanza con il piano di colonizzazione dei Territori da parte di Israele… Insomma, quel che si dice un presidente di specchiata democraticità. Al quale, appunto, non solo si sarebbe dovuto concedere di concludere il proprio mandato ma, una volta deposto, offrire anche l’agio di guidare la rivolta anti-Sisi in piena libertà – come richiesto dall’irreprensibile Catherine Ashton e dall’incomprensibile Emma Bonino – nonché il diritto di considerare “legittimo” rispondere con la violenza alla sua destituzione. E siamo al quarto punto.

Molti sostenitori di Morsi sono stati uccisi dalla polizia con colpi di arma da fuoco. Non è vero. O almeno non che una simile notizia possa veicolare un messaggio cogente. Riferita in questi termini e senza l’opportuna contestualizzazione – ed è qui che si annida l’equivoco terminologico – si direbbe infatti che la polizia abbia usato il pugno di ferro assecondando la propria tradizionale intolleranza e astenendosi da ogni tentativo di soluzione pacifica. In verità i fatti sono più sfumati e una lettura meno categoriale ci impone di riconoscere che: a) Il raduno in piazza Rabaa Al-Adawyia dei sostenitori di Morsi non è mai stato attaccato b) Il loro sit-in era stato arginato dai blindati perché i manifestanti non potessero avere accesso alle vicinanze della sede della Guardia Repubblicana, già presa d’assalto in precedenza, e ai luoghi in cui erano in corso le manifestazioni in sostegno a El-Sisi c) Ai manifestanti era stato chiesto di sgomberare il presidio di Rabaa Al-Adawyia entro 48 ore d) Gruppi di sostenitori di Morsi hanno aggirato la cintura dei militari e, attraverso vie laterali, raggiunto la lunga arteria in cui sorge il mausoleo di Sadat cercando di spingersi fino al secondo cinturone di militari che presidiava il ponte 6 Ottobre e) Tali gruppi hanno tentato di ostruire il ponte con blocchi di cemento e lanciato pietre conto le forze dell’ordine f) Le forze dell’ordine hanno cercato di disperderli con gas lacrimogeni g) I rivoltosi non sono arretrati e sono cominciati gli spari, dalle due parti (i manifestanti erano dunque armati). A questo punto le versioni si dividono: i pro-Morsi affermano che la polizia avrebbe aperto il fuoco per prima, il ministero degli Interni assicura invece che gli agenti non hanno sparato un solo colpo e il centinaio di morti (sulle cifre non c’è chiarezza) sarebbe stato provocato da abitanti anti-Morsi del quartiere adiacente. Tutte e due le versioni sono probabilmente false, ma quel che conta è che gli islamisti hanno cercato lo scontro e con ogni probabilità – secondo una lettura condivisa da tutti gli studiosi dell’Islam politico – mirato al martirio: forma tradizionale di delegittimazione delle forze armate e garanzia (tanto più nel mese di Ramadan) di un accesso privilegiato al Paradiso (“La morte sulla via di Dio” aizzava la piazza nei giorni precedenti il confratello Asim Abdel Meguid “è la più dolce delle morti”). Ora, le interpretazioni esulano da una lettura oggettiva dei fatti. Ma le ovvietà precedono le interpretazioni: che interesse avevano la polizia o l’esercito a compiere una mattanza? L’informazione evenemenzialista non se ne cura, ma proprio questo evenemenzialismo – lungi dal favorire una comprensione degli eventi – veicola il loro fraintendimento: se la polizia spara ad altezza d’uomo commette un crimine. Punto. Senonché di fronte a un’aggressione armata, di fronte a un tentativo di sabotaggio, gli agenti americani sparano, mentre quelli egiziani dovrebbero limitarsi alla dissuasione verbale o all’uso di lacrimogeni (forse qualcuno ricorderà che i lacrimogeni del 25 gennaio 2011 inasprirono la rivolta molto più di quanto la contennero). Un singolare apriorismo vorrebbe dunque che se un’azione violenta è promossa da cittadini comuni sia da rubricare come “protesta”, mentre se è respinta da agenti in divisa sia imperativo stigmatizzarla con il protocollare “condanniamo l’uso eccessivo della forza”. Un monito a corrente alternata in cui l’aggettivo eccessivo ha una sonorità al limite del caricaturale. Che cos’è eccessivo, signora Ashton? Sparare alla fronte o uccidere più di dieci persone? Da qualche parte deve esserci un manuale a cui non abbiamo accesso: lì è indicato se di fronte a un’aggressione armata bisogna sparare alle gambe, alle braccia, alle orecchie o astenersi dallo sparare per non incorrere in un atto eccessivo. E siamo al nostro quinto punto.

Il paese è spaccato in due e si trova sull’orlo di una guerra civile. Nemmeno questo è vero. Il paese non è affatto spaccato in due, se non sugli schermi di Al-Jazeera e sulle pagine del sito Ikhwanonline, e non è affatto sull’orlo di una guerra civile. Perché da una parte ci sono 33 milioni di persone e dall’altra al massimo 2. E se spaccato in due lo è stato, questo è accaduto nel corso della presidenza Morsi, quando la polarizzazione è stata perseguita sistematicamente attraverso quell’interminabile serie di colpi di mano – di “piccoli golpe” come li abbiamo chiamati – che hanno trascinato il paese (allora sì) sull’orlo di una guerra civile. Cioè quando una singolare visione della democrazia determinò l’esclusione dalla vita politica di tutti coloro che non si riconoscevano nel progetto di “fratellizzazione” e “islamizzazione” del presidente Morsi e quando, lungi dal promuovere un piano di conciliazione nazionale, anche a una porzione nutritissima dei votanti di Morsi apparve finalmente chiaro che il disegno del nuovo raìs – e della confraternita da cui prendeva ordini (altro fatto risaputo ma taciuto) – mirava alla mainmise di tutte le istituzioni possibili e, con dilettantesco opportunismo, al mero possesso del potere. Un disegno in così palese contraddizione con le promesse di governare solo “in nome di Dio” che finì per levare a Morsi anche il consenso di una gran parte dei suoi: a partire dai salafiti e dalle nuove generazioni della Fratellanza. Allora sì il paese era spaccato in due. Allora sì c’era ancora chi sperava che Morsi non avrebbe sbagliato l’ennesima mossa, allora sì c’era chi si illudeva che avrebbe risollevato dal tracollo l’economia, allora sì c’era chi si illudeva che avrebbe incorporato le istanze laiche nella politica, che avrebbe onorato il patto elettorale. Ma adesso? A parte Al-Jazeera, cioè il Qatar che finanzia la Fratellanza, a parte gli irriducibili, cioè i simpatizzanti della teocrazia e del califfato, a parte l’imprenditoria islamica, cioè la piccola borghesia clientelista e affarista che tradizionalmente costituisce l’ossatura della Fratellanza, a parte gli sprovveduti che ancora si fanno incantare dalle scatole di riso e olio in cambio del loro appoggio… chi resta con Morsi? Quale fantasmatica metà del paese gli accorda ancora la sua fiducia? L’esercito non sta più con Morsi. E se mai stette con lui fu perché i Fratelli musulmani erano l’unico movimento radicato e organizzato del paese al termine della rivoluzione del 2011, mentre la trentina di pariti laici sorti dalla sollevazione non potevano garantire una politica stabile e strutturata: condizioni tradizionalmente vincolanti affinché l’esercito offra il proprio appoggio. La polizia non sta più con i Fratelli da tempo. Perché ha trovato nel popolo di Tahrir l’espressione della propria dignità nazionale e perché non intende comprometterla. Sa inoltre che una transizione democratica favorirà un rapporto di prossimità e rispetto con la popolazione mentre un governo a matrice islamista non potrà che alimentare le tensioni. Le formazioni laiche non sono mai state con gli islamisti e non lo saranno mai. Ma soprattutto: 33 milioni di cittadini sono scesi nelle piazze per gridarlo a gran voce: “Basta con gli islamisti”. Quanto alla guerra civile, l’esercito l’ha scongiurata e lo scenario algerino non ha nessuna attinenza con quello egiziano. È vero invece, con ogni probabilità, che l’Islam politico sia definitivamente morto e che la sola e unica grande incognita che adombra l’avvenire dell’Egitto sia il posto che i militari assumeranno nella futura configurazione del paese. Disponendo di enormi ricchezze – il 35% del patrimonio nazionale – è evidente che cercheranno di conservare i loro privilegi. Ma come non mi stancherò di ricordare: ora il nuovo protagonista della storia egiziana è il popolo. E che in Occidente lo si creda o meno – o meglio, che all’Occidente piaccia o non piaccia crederlo – questo popolo non tornerà indietro. La sua non è stata solo una metamorfosi politica o sociale, storica o culturale: la sua è stata una metamorfosi antropologica. E quando un popolo conosce una simile metamorfosi un ritorno al passato – alla solita congettura l’Egitto è tornato a un regime militare, la giunta ha strumentalizzato la piazza per riprendere il potere, il popolo egiziano non è pronto per la democrazia – è quanto di più inverosimile si possa prospettare. Certo, la rivoluzione è un cammino irto di ostacoli, lungo, doloroso, spesso violento, pieno di ricadute e contraccolpi. È anche un cammino in cui la forza del revanscismo e l’ostinazione dei nostalgici producono quel persistente stato di instabilità che contraddistingue tutte le democrazie ai primi passi. Ed è anche un cammino in cui l’informazione internazionale congiura, con strano e compiaciuto accanimento, affinché alla volontà del popolo, alle sue rivendicazioni, al suo coraggio, alla nobiltà dei suoi propositi, ai suoi sogni, alla sua dignità, alla sua cultura e alla sua identità, siano anteposte le formulette generiche che ne qualificano i limiti e i difetti, e contrapposte le certezze della presunta oggettività. Ed è soprattutto un cammino in cui le parole, i nomi delle cose, la loro complessità, saranno sempre insidiati dalla violenza del preconcetto e dalla voluttà di declinarle all’europea o all’occidentale, come se Mussolini, Hitler, Franco, Stalin, Salazar e Tito fossero perle di una collana dimenticata, l’imperialismo la forma ante litteram dell’esportazione della democrazia e Nagasaki e Hiroshima due petardi sparati a una fiera di paese. Ma malgrado tutto questo cammino è segnato, e prima o poi si avrà l’umiltà di riconoscergli quel che rappresenta di prezioso per la storia. Una pagina come quella che è stata aperta il 25 gennaio 2011, e che al suo secondo capitolo segna la data del 30 giugno 2013, non potrà essere strappata nemmeno se l’amministrazione americana decidesse di scoprire finalmente le carte e, invece dei solerti corrispondenti della Cnn, mandasse al Cairo l’intero Pentagono.

(Marco Alloni)

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Collage per chi non c’è dentro

Il Generale El-Sisi, com’é ormai noto, ha invitato il popolo egiziano, in un discorso pubblico ad Alessandria, mandato in diretta TV, a mostrare il suo sostegno all’esercito per fugare ogni dubbio, domani (venerdì 26 luglio), e comprovare ancora una volta che non si è trattato di un colpo di stato militare. “Chiedo a tutti gli egiziani onesti e degni di fiducia di manifestare per darmi il mandato e l’ordine di combattere le violenze e il rischio di terrorismo”. “Chiedo a tutti i partiti politici – ha aggiunto – di unirsi agli sforzi per la riconciliazione nazionale”. Nonostante le solite polemiche dall’estero, la stragrande maggioranza degli egiziani ha ammirato la lucidità e l’equilibrio di quest’uomo, anche in precedenza, e ha accolto con grande favore e comprensione i suoi ragionamenti e il suo appello. Non si riescono a raccontare tutti i dettagli da qui: bisognerebbe scrivere un libro ogni tre giorni. Ma so per certo che in un’intervista precedente (un paio di settimane fa) lo stesso Sisi era riuscito con grande intelligenza a sfuggire a domande trappola di Al Jazeera e ad altri insidiosi giornalisti, che cercavano di fargli dire ciò che non corrispondeva e non corrisponde alle intenzioni dell’esercito in Egitto.

Da Sky News 24: “El Sissi ha spiegato inoltre di avere proposto a Morsi “in maniera diretta ed indiretta” di tenere un referendum sulla sua presidenza. “Ma Morsi si è rifiutato”, ha sottolineato il capo dei militari egiziani, spiegando di avere più volte fatto notare al presidente deposto il 3 luglio che le forze armate sono equidistanti e non sostengono nessuna forza politica in campo.”

Ora, io ho sempre ritenuto semplicistica la definizione “terroristi” laddove si vede il Demonio da una parte e i buoni dall’altra – a questo ci ha portato pomposamente l’Occidente, sfruttando questa visione a spada tratta laddove più era conveniente. Ma quando una persona o un gruppo di persone dichiaratamente inneggiano al martirio facendo saltare in aria cittadini non altrettanto esaltati e persone innocenti (tutti i giorni), quando questi fanatici arrivano a utilizzare foto false di bambini trucidati (di marzo e della Siria) per vedere di infangare a tutti i costi chi sta solo cercando di mantenere l’ordine e la civiltà, quando queste “persone”, se ancora così possiamo chiamarle, come mi raccontano testimoni egiziani e come denunciano le TV locali, assoldano a l.e. 500 al giorno (45 euro) terroristi confinanti perché vengano a sostenere i loro attentati contro il popolo egiziano; quando sequestrano cittadini egiziani non parte dei “Fratelli” minacciandoli perché restino con loro per fare numero, quando si calcolano venticinque presenze a metro quadrato per sembrare più grandi (ora ci raccontano che sono “quaranta milioni” in una piazza), oppure si fanno sparire, si torturano e si uccidono cittadini che non parteggiano per il pazzo che stava mandando in rovina il paese (oggi, per esempio, trattenuta e torturata una donna che doveva acquistare farmaci per il suo bambino di due anni), asserragliati davanti alla moschea di Rab’a al ‘Adaweyya (a Madinat Nasr) al Cairo e nel nord del Sinai, allo stato brado, con animali al seguito da sgozzare all’occorrenza come si fa con i loro simili, ecco, sì, questi non so come altro chiamarli se non “terroristi”, certa di non rischiare alcun eccesso manicheo.

Ritengo sempre di più che noi italiani qui siamo dei privilegiati a trovarci in Egitto in questi ultimi anni. Lontano dai mass media occidentali, infatti, abbiamo visto e capito davvero molte cose interessanti… oh sì. Mentre continuiamo a venire schiaffeggiati dalla nostra stampa, se mai ci scappa di scorgerla in rete, che denuncia cose al contrario, che si storpia di disinformazione e che quando va bene si satura di avvenimenti quali la nascita di un bambino “reale”, mentre non si è neanche accorta del gioco sottile che l’America, Obama e la sua ambasciatrice al Cairo, stavano portando avanti in Medio Oriente (Anne Patterson ha di nuovo incontrato i Fratelli Musulmani anche ad oggi, in questa situazione), mentre quella stessa stampa non si sdegna nemmeno più, evidentemente, del fatto che quella che si ritiene una democrazia da emulare continui ad assoldare dittatori e a fare patti col diavolo. Effettivamente, forse ormai ci siamo talmente abituati che la cosa non fa più notizia (PARENTESI: 1945 – 1949:
Intervento in Cina per cercare di impedire la vittoria della rivoluzione popolare e mantenere la presenza USA nel paese. Gli Stati Uniti usarono i soldati giapponesi sconfitti e li fecero combattere con loro. Le forze popolari fecero fuggire Chiang Kai Sheck nel 1949. 1946 – 1949: I marins degli USA e le truppe inglesi intervengono nella guerra civile greca a fianco dei neo fascisti e contro la sinistra della Grecia, che aveva combattuto coraggiosamente contro i nazisti. La CIA crea una nuova “agenzia di sicurezza” interna in Grecia, la famigerata KYP, che utilizza terribili sistemi applicati anche dalla polizia segreta, come la tortura sistematica. 1948 – 1953: Nelle Filippine, circa 900 militari delle forze armate degli Stati Uniti aiutano il governo favorevole agli USA a schiacciare una rivolta popolare e a installare una serie di governi alleati, tra i quali la dittatura di Ferdinando Marcos. 1950 – 1953: La guerra di Corea. Dopo la seconda guerra mondiale, gli USA reprimono le forze progressiste popolari favorendo i conservatori che avevano collaborato coi giapponesi nelle operazioni militari. Partecipano 350.000 uomini, 1.000 carri armati, 1.600 aerei e 300 navi da guerra. 1953: In Iran il primo ministro Mossadegh viene eliminato da un’azione congiunta di Stati Uniti e Gran Bretagna. Mossadegh era stato eletto dalla maggioranza del parlamento e guidava un movimento per nazionalizzare una compagnia petrolifera. Il golpe restituì il potere assoluto allo Scià, che iniziò un periodo, durato 25 anni, di repressione e tortura. 1954: Gruppi di mercenari addestrati e diretti dagli Stati Uniti, con l’appoggio aereo, invadono il Guatemala eliminando il governo eletto democraticamente da Jacobo Arbenz, e danno inizio a 40 anni di esecuzioni di massa che hanno lasciato un saldo di almeno 100.000 vittime. Arbenz aveva nazionalizzato la United Fruit Company, strettamente vincolata alla elite del potere nordamericano. 1958: 14.000 marines sbarcano in Libano con l’appoggio della sesta flotta. 1961: Una brigata di mercenari addestrati e diretti dagli USA, con appoggio aereo e logistico nordamericano, cercano di sconfiggere la Rivoluzione iniziata il primo gennaio del 1959 a Cuba. Gli invasori vengono respinti in meno di 72 ore a Playa Girón, sulla costa sud del centro dell’isola. 1964 – 1973: L’intervento in Viet Nam. Dopo 23 anni e un milione di morti, gli Stati Uniti ritirano le truppe dal Viet Nam lasciando un paese distrutto e totalmente inaridito per la violenza dei bombardamenti. 1965: Gli USA intervengono con i marins nella Repubblica Domenicana. 1971 – 1973:  La Casa Bianca autorizza la CIA ad effettuare colpi di stato in Cile, Bolivia e El Salvador. 1982: Le truppe USA sbarcano nuovamente in Libano. 1983:  Intervento a Granada: la mattina del 25 ottobre le prime unità di un contingente di 6.000 soldati degli USA inizia l’occupazione di questa piccola isola dei Caraibi. 1989: La mattina del 20 dicembre gli Usa invadono Panama con 26.000 soldati, metà dei quali erano presenti nelle basi militari del Comando Sud del paese. I militari usarono armi sofisticate – molte vennero usate per la prima volta – uccidendo almeno 7.000 panamensi. La morte di queste persone venne giustificata dalle autorità degli USA come “incidenti causati mentre si cercava di catturare l’uomo forte di Panama, Manuel Antonio Noriega, per i suoi vincoli col narcotraffico”. 1990: I marins intervengono in un conflitto interno in Liberia. 1991: Dal 17 gennaio al 27 febbraio avviene l’aggressione conosciuta come “Guerra del Golfo”, sferrata con il pretesto di liberare il Kuwait dall’invasione e annessione dell’Iraq del 2 agosto del 1990. La vittoria venne condivisa con una coalizione di truppe di diversi paesi guidati dagli USA, che vinsero grazie alla superiorità tecnologica di paesi come Gran Bretagna, Italia e Francia. In 42 giorni le forze USA gettarono sull’Iraq 88.500 tonnellate di bombe e missili. 1992: Il 9 dicembre giungono in Somalia 1.800 marins, avanguardia di una forza multinazionale di 35.000 soldati per una presunta operazione umanitaria finalizzata a “combattere la fame” in questo paese. 1994: Il 19 settembre 24.000 soldati USA con l’appoggio di navi da guerra, elicotteri e moderni mezzi da combattimento invadono Haiti, con il pretesto di garantire il trasferimento del potere della cupola golpista capeggiata dal generale Raul Cedras, al presidente eletto Jean Bertrand Aristide. 1998: Dal 16 al 20 dicembre, USA e Gran Bretagna realizzano l’operazione “Volpe del Deserto”, con intensi bombardamenti ordinati dal presidente Clinton e con la giustificazione di distruggere un programma di armi di sterminio di massa dell’Iraq. 1999: Il 24 marzo gli Stati Uniti utilizzano la NATO e iniziano le azioni di guerra contro la Yugoslavia. Le undici settimane di bombardamenti degli USA e della NATO causano perdite per almeno 30 mila milioni di dollari, la morte di duemila civili e seimila feriti. 2001: Il 7 ottobre il governo nordamericano comincia un’escalation contro l’Afghanistan – per rappresaglia dopo gli attentati terroristi di Washington e New York dell’11 settembre del 2001- con l’appoggio delle forze armate della Gran Bretagna. Sino ad oggi Osama Bin Laden, il presunto organizzatore degli attentati, non è stato catturato nonostante i poderosi metodi di spionaggio di questi paesi e la cosa fa pensare e provoca molte domande… 2003: Invasione dell’Iraq.  2004-oggi: Le occupazioni continuano…). Chiusa la parentesi.

Oggi in Egitto, tra le altre cose e tra i nostri morti quotidiani, le forze di sicurezza hanno sequestrato 809 fucili da caccia provenienti dalla Turchia. Il principale sospettato (Saad Zenhom Saad Hassan Saleh) è stato arrestato assieme a un certo numero di suoi collaboratori. Negli ultimi giorni sono stati arrestati quattro membri di Hamas a Sharm El Sheikh, due yemeniti nella tratta Nuweiba-Dahab e diversi terroristi palestinesi, siriani, yemeniti e di altri paesi arabi o egiziani stessi sono rientrati in patria e hanno importato armi a sostegno dei “Fratelli” – arrestati, scoperti, smascherati. Addirittura, un siriano sospetto jihadista in uniforme militare. L’esercito egiziano sta lavorando serratamente e senza sosta. Nel sud del Sinai siamo protetti da loro, dai nostri beduini e da ben 300 posti di blocco sistemati tra noi e il nord. Il Sinai è grande quanto Emilia Romagna, Lombardia e Veneto messi insieme.

Nel frattempo, nel teatrino che ci vediamo girare intorno dall’estero (ormai sono rari i paesi che non vogliano mettere il naso in Egitto, per usare un eufemismo), non potevano mancare le grida indignate dell’ONU e delle ONG occidentali, che a volte fanno del bene, a volte prendono fischi per fiaschi. A questo proposito, voglio condividere con voi lo scritto di un egiziano dal Cairo, vissuto anche a Milano, che trovo molto chiaro ed esauriente, scusandomi per la lunghezza di questo post – ma, come dicevo, ci sarebbe materiale da scrivere dei libri solo tra il 30 giugno e oggi. Materiale che non esce di qui. Ma uscirà, uscirà…

Di Omar Mandouh:

“Il Cairo 23/07/2013

VERGOGNA!!!!

Come al solito le varie ONG (organizzazioni non governative) – Amnesty International, Human Rights Watch,ecc., ecc. – finanziate da molti paesi occidentali, spariscono dalla scena internazionale per lunghi intervalli di tempo per poi riapparire simultaneamente su tutte le tv , giornali, radio  e siti della rete, per divulgare lo stesso identico comunicato o concetto.
Amnesty condanna violazione dei diritti umani in Egitto!
Bla Bla Bla condanna gli scontri tra militari e sostenitori di Morsi in Egitto!
HRW chiede la liberazione del ex presidente Morsi e di tutti i militanti politici arrestati…
Vengono tutti fuori nelle stesse 48 ore, in tutte le lingue del mondo in tutti i paesi del pianeta con la stessa inclinazione ideologica.
Non sono da meno poi né l’ ONU né l’Unione Europea UE anche loro con una sintonia morbosa con lo stesso tono, prendono una posizione decisa, che al 100% delle volte e’ la stessa delle ONG.
Questo modo di fare io lo chiamo attacco mediatico simultaneo, che secondo me dopo la guerra, e’ la cosa piu infame che si possa fare a un libero pensatore tutti dicono la stessa cosa, nello stesso modo per 48 ore consecutive.
Facile convincersi no?
Allora mi vengono in mente alcune domande:
Dov’era Amnesty quando il governo dei Fratelli Musulmani ha incarcerato senza una sentenza piu’ di 4.000 militanti politici e manifestanti in Egitto?
Dov’era HRW quando ci sono stati 271 casi di torture in un anno, ufficializzate dai medici legali?
Dov’erano quando il giornalista El Husseini Abu Deif e stato ucciso con colpi di pistola dai fratelli musulmani, colpevole solo di compiere il suo lavoro ?
Dov’era l’ Onu quando Morsi si e’ autoproclamato dittatore nel novembre 2012?
E gli USA che avevano a cuore i diritti dei copti? Che fine hanno fatto quando é stata formulata una costituzione che non garantiva i loro diritti? Niente, silenzio assoluto!
Anzi in quel momento , si pensava ad altro, si pensava a trovare un accordo su come il FMI (fondo monetario internazionale) avrebbe prestato all’ Egitto una cifra di 4,3 miliardi di $, a come mandare un paese sull’ orlo della bancarotta nell’ oblio piu assoluto.
Oggi l’ unione europea condanna i militari, chiede la liberazione di Morsi e chiede al nuovo governo di transizione di mantenere l’ impegno con il FMI!
No comment!
L’ Onu invece chiede di inviare in Egitto, una commissione di inchiesta per assicurarsi che non ci siano violazioni dei diritti umani, e sta aspettando la risposta dal governo egiziano.
Non so perche’ ma mi ricorda tanto l’ Iraq,  se Saddam accetta di accogliere la commissione diremo che abbiamo trovato armi di distruzione di massa se no diremo che ha qualcosa da nascondere e quindi va bombardato.
Stessa cosa per l’ Egitto se accetta riscontreremo violazioni se no, ha qualcosa da nascondere! Ma e’ normalissimo che si riscontreranno violazioni dei diritti umani, non esiste paese che non li ha. Ma gli USA hanno ricevuto qualche sanzione da parte dell’ Onu per le scandalose violazioni che hanno commesso nel carcere iracheno di Abu Ghraib? Non penso proprio!
Con questo non significa che approvo tali violazioni anzi le detesto ma era per spiegare il mio ragionamento.
E quindi come possiamo fidarci di queste Ong finanziate proprio da coloro che commettono piu violazioni in assoluto, basti pensare alla base di Guantanamo, o alla guerra nel Mali che stanno facendo i francesi.
Come possiamo fidarci degli USA garanti della pace nel mondo( come si descrivono loro) ma vendono il 75 % degli armamenti sul pianeta? Siamo sicuri che gli conviene?
Dicono di diffondere e difendere la democrazia nel mondo e I loro migliori amici e alleati sono monarchie assolute quali Arabia Saudita , Emirati Arabi, o Qatar.
Dodici anni fa ci parlano di lotta al terrorismo,ci hanno dimostrato che i mandanti degli attentati alle torri gemelle sono un saudita (Bin Laden) e un egiziano (Ayman el Zawahiri) e poi bombardano l’Afghanistan e l’ Iraq.
Che Bin Laden fosse un terrorista e che andasse catturato non ci sono dubbi ma io non approvo I modi e le reazioni sproporzionate!
Sono andati a bombardare un paese come l’ Afghanistan per un uomo solo e dieci anni dopo lo prelevano e lo giustiziano in casa sua in Pakistan.
Fortunatamente non c’e stato bisogno di bombardare il Pakistan, e molto probabilmente si poteva evitare di bombardare anche l’ Afghanistan!
Oggi pero’ appoggiano il fratello di Ayman el Zawahiri ( numero 2 di al Qaeda);
Mohamed el Zawahiri fratello di Ayman grida alla jihad contro il popolo egiziano che ha deposto Morsi, e chiede la sua liberazione immediata intanto continua a organizzare attentati terroristici nel Sinai.
USA ,UE  e i terroristi chiedono la stessa cosa: la liberazione di Morsi!
In questo momento in Egitto e’ aperta un inchiesta su un presunto accordo tra l’amministarzione americana e il numero 2 dei fratelli musulmani Khairat el Shater ,nel quale, l’amministrazione USA comprava per 8 miliardi di $ una parte del Sinai che avrebbe donato a Hamas!
Non commento il contenuto, ma una cosa su USA-Hamas.
Usa fondatori della famosa lotta al terrorismo, e Hamas organizzazione dichiarata dall’ONU terrorista nel 2006!
Per quanto tempo ancora ci dobbiamo subire le menzogne, l’ incoerenza e la malvagita’ di certe amministrazioni?
Perche fino adesso no c’e’ un paese una organizzazione internazionale, che abbia condannato gli attacchi terroristici che l’ Egitto continua a subire da piu di 3 settimane?
Non approvo nessun tipo di violenza, non giustifico le forze armate egiziane per qualunque abuso abbiano commesso, e non sto criticando le varie organizzazioni per le loro denuncie o condanne contro l’ Egitto, le sto criticando per le loro migliaia di non denunce, per il loro chiudere un occhio.
Sono convintissimo che chi sbaglia debba pagare, ma il mio era un ragionamento per arrivare a una conclusione.
Non diamo tanto peso a queste Ong o organizzazioni, che non dicono quasi mai la verita’,se ne creano una propria e poi ce la impongono !
Non trovo miglior modo per concludere:
VERGOGNA!!!”

La gente vorrebbe continuare a dormire, ma questa volta non ci riuscirà, la verità avrà il sopravvento… finalmente.

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