LA REPUBBLICA DI TAHRIR

Al Jazeera, a distanza di un anno dall’inizio della Rivoluzione Egiziana (l’11 febbraio sarà un anno dalla caduta di Mubarak), continua a più riprese a ritrasmettere il documentario di Yasser Ashour. A questo link, se ne trova un breve estratto di 5 minuti: http://www.youtube.com/watch?v=BVtbEKiSLvg.

In questo modo, riattraversiamo l’atmosfera di quella che sembra essere stata la repubblica perfetta, la democrazia ghandiana (ma potrei dire anche l’ideale cristiano, islamico, buddista…) a cui tutti tendono, la versione umana più vicina a quella del paradiso in terra, in cui da ciascuno emerge il lato migliore, nell’interesse del prossimo e di un bene diffuso.
Ripercorro qui alcuni dettagli del documentario che i nostri TG non hanno menzionato.

Dal 25 gennaio 2011, la partecipazione si è allargata a un numero sempre più ampio di manifestanti. Non hanno voluto rinunciare a presenziare in quella che qui viene chiamata “la Repubblica di Tahrir” anche disabili, malati di diabete ed altri casi gravi che avrebbero avuto bisogno di cure particolari e costanti.

Al momento in cui dal terzo giorno si sono scatenate le violenze (“battaglia del cammello” ed infiltrati della Polizia di Stato), i cittadini hanno iniziato a divellere la pavimentazione della Piazza, per poter usare i suoi sampietrini come armi di difesa. Con picchetti improvvisati e pezzi di metallo qualunque, gli egiziani hanno iniziato a raccogliere lo stesso suolo su cui posavano i piedi, per salvarsi la vita – i violenti per distruggerla. C’è una scena che resta indimenticabile in quel mentre. Le file di uomini che battono mattonelle contro le ringhiere metalliche che circondano tutta la Piazza Tahrir, creando così un ritmo ipnotico e basico, un tappeto di percussione africana che entra direttamente nelle vene, mentre gli uomini combattono.

Si crearono punti di blocco e di controllo del flusso delle persone che entravano a Tahrir gestiti da civili, uomini per gli uomini e donne per le donne, responsabili di controllare i documenti di identità per non lasciare entrare galeotti, poliziotti o stranieri. Non c’era una selezione particolare per scegliere questi “guardiani”, “ogni egiziano è in grado di proteggere la Repubblica di Tahrir”, si diceva. Il trattamento del pubblico entrante era di estrema gentilezza, non come quello di certi aeroporti e ben lungi dalle perquisizioni ad opera delle forze dell’ordine egiziane (ma anche americane, israeliane, eccetera). Ad ogni persona veniva chiesto scusa e permesso, e veniva mostrata piena ammirazione solo per il fatto di trovarsi lì e di voler partecipare alla “zaura“.

Tra la Piazza Tahrir e le strade che da essa si diramano, fin davanti al Museo Egizio, erano stati installati ben 14 ospedali da campo, da volontari, a volte nemmeno in contatto tra loro, che curavano indifferentemente eroi della rivoluzione ed infiltrati antirivoluzionari, spinti solo da un cieco e invulnerabile senso di umanità. Alcuni di essi sarebbero poi stati uccisi per questo. Le ambulanze non riuscivano a raggiungere la piazza, solo questi angeli restavano a salvare vite.

Si ripercorre poi la scena dell’ultimo discorso di Mubarak, il giorno prima dell’annuncio del suo ritiro. La sera in cui gli egiziani gli risposero col sollevamento di massa delle scarpe verso il megaschermo da cui lui aveva parlato. Certi animi più sensibili o più esausti caddero nella depressione. Per la prima volta allora, venne diramata da alcuni punti di pronto soccorso la richiesta dell’intervento da parte di psichiatri.

Per darsi forza, nei giorni più duri dagli egiziani aveva iniziato ad emergere, nella Repubblica di Tahrir e in rete, il loro tipico senso dello humor, caratteristica per cui spesso si distinguono dagli altri arabi. Poi, è partita la creatività, originata da un generale senso di liberazione. Si diffusero ovunque vignette buffe su cartelli per la piazza, scenette mimate per la strada, composizioni di murales a terra e sui muri, cori, chitarre e tamburi, balli, nuove barzellette. Vennero istituiti angoli per poeti, compositori, fotografi e scrittori. Si diramarono slogan guidati da uomini tanto che da donne, con o senza megafono.

Iniziarono poi i canti dei cristiani, cori evangelici e copti di massa, e i musulmani presenti vi presero parte, intonando tutti insieme “che il Signore protegga il nostro paese”. I cristiani aiutavano i musulmani nelle loro abluzioni e ripetevano parti delle loro preghiere, li proteggevano con catene umane mentre loro pregavano. Muezzin intonavano il loro richiamo da amplificatori forniti all’occorrenza (per comizi e preghiere dai palchi), e sui cellulari. Reggevano la Bibbia e ne ripetevano le parole, i cristiani reggevano la luna islamica o il Corano.

C’era cibo per tutti, alcuni manifestanti dovevano cenare due volte per non deludere o offendere chi offriva loro un piatto pronto. Chiunque avesse fame chiedeva al vicino un pezzo di pane, e lui gli cedeva tutto quello che aveva in mano. Il piacere di dare era maggiore del piacere di prendere, come in un Paese perfetto. Molte persone giravano per la piazza con cibo e bibite da distribuire gratuitamente. Gli egiziani del sit-in offrivano cibo ai giornalisti che li filmavano.
Iniziarono così a racimolarsi a terra gli scarti. All’improvviso comparve uno sparuto gruppo di donne dotate di guanti di gomma e sacchetti di plastica per pulire la piazza e raccogliere l’immondizia dei rivoluzionari. Altri angeli, volontarie. I ragazzi le guardarono dapprima con un poco di disorientamento, poi, incominciarono a unirsi a loro e ad imitarle.

Sia un attivista uomo che un’attivista donna hanno usato le stesse parole su quei giorni in due interviste separate: “Se l’Egitto fosse come Tahrir, avremmo risolto i nostri problemi.” “Da lì è emerso il meglio delle persone. Vogliamo che l’Egitto sia il suo specchio, mantenere quello stesso grado di civiltà, l’Egitto deve essere come la “Repubblica di Tahrir”. Un livello di civiltà, di equilibrio e di coordinazione tra le parti, della cui perfezione ancora ci si interroga straniti e affascinati.

Oggi, per il quinto giorno consecutivo proseguono gli scontri al Cairo, presso il Ministero dell’Interno, tra civili e forze di sicurezza – che potremmo anche chiamare forze di morte. Su El Arabawy, blog di un grande giornalista egiziano e attivista (Hossam El Hamalawy), potete trovare alle date 6 e 7 febbraio svariati video dei lanci di lacrimogeni di questi giorni, di nuovi investimenti di civili da parte di mezzi militari, di quelli che il caro Hossam El Hamalawy chiama “i maiali di Mubarak”.

4 febbraio 2012

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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