16 aprile 2011

PARTENZE
Tre giorni fa, Mubarak aveva rilasciato un’intervista di circa dieci minuti alla TV dalla sua villa di Sharm dicendo di non poter più tacere di fronte alla campagna diretta a infangare la sua reputazione e quella della sua famiglia, e come se fino ad oggi non si fosse detto niente, affermava di non possedere alcun bene né fondo al di fuori dell’Egitto. Forse, molti dei politici ai vertici di Stato includono nella loro formazione un buon corso di recitazione e cabaret (volevo citarne alcuni esempi, ma non riesco più a contarli).
Di martedì sera la notizia dell’arresto e interrogatorio a Mubarak, tra la sua villa e, casualmente, un malore che lo porta dritto all’ospedale, in cui l’interrogatorio sarebbe proceduto. E di ieri, mercoledì mattina, la notizia dell’arresto dei suoi due figli, condotti al carcere El Torah del Cairo per 15 giorni di investigazioni – per cominciare. Di questa mattina la notizia di un secondo infarto dell’ex rais e di un peggioramento delle sue condizioni (e anche questa caratteristica degli infarti e dei coma a comando, apparente prerogativa dei vari dittatori, mi incuriosisce molto). Tali fatti hanno permesso il disinnescarsi di un venerdì che si preannunciava esplosivo, tra Piazza Tahrir e le migliaia che desideravano recarsi a Sharm El Sheikh a prelevare il loro ex padre padrone direttamente. Ciò avrebbe certamente innescato violenze nell’area del tunnel di Suez, da cui l’ultima volta, a fine febbraio, i pullman diretti verso Mubarak erano stati rimandati indietro – cosa questa volta difficile a realizzarsi. Di ieri sera poi la notizia che il popolo si ritiene per ora soddisfatto degli ultimi eventi e che di conseguenza Tahrir non vedrà nessuna grossa manifestazione nella giornata di domani, venerdì.
Il gruppo egiziano dei “salafiti” di cui si è parlato ultimamente (i tipici estremisti “barbuti” che incarnano il terrore degli islamofobi occidentali) si è scoperto essere finanziato dall’Arabia Saudita, e ricordo qui che il movimento riguarda solo alcune migliaia di scapicollati tra Alessandria e Il Cairo, quasi esclusivamente di età avanzata. Sono avversati dagli stessi Fratelli Musulmani, che ricordo includere anche ali liberali, moderne e moderate.
Lo SCAF (Consiglio Supremo delle Forze Armate) in Egitto, ha deciso di creare un comitato di accordo nazionale per stendere una nuova costituzione prima delle prime elezioni libere in Egitto, a settembre, e per ovviare al danno di chi sta tentando di creare frattura tra il popolo e l’esercito. Potrebbero anche corrispondere a realtà le denunce del blogger Michael (mio post precedente, “Questo Michael, a torto o a ragione, ha denunciato che l’esercito abbia fornito armi alla polizia per sparare sulla folla il 28 gennaio e salvare così la propria reputazione”), ma si da il caso che si trattasse del 28 gennaio, quando Mubarak era ancora il potere e l’esercito ancora si limitava ad obbedire, e a tre giorni dall’inizio della rivoluzione le diserzioni non erano ancora iniziate.
Io personalmente mi sto recando al Cairo, e sabato lascio un Paese che lotta per rinascere per tornare ad un Paese che lotta per morire.
All’Egitto invidio l’energia propulsiva che deriva da una novità assoluta e dalla pagina bianca. E gli uomini che qui non hanno esitato a scendere per le strade prima di quell’11 febbraio, pronti a perdere tutto e anche a morire per il bene dei prossimi e per la giustizia di un’idea. Solo tra quel genere di uomini potrei riuscire di nuovo ad integrarmi, in Italia.
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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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