24 marzo 2011

DALL’EGITTO, UN POST IN DUE PARTI:

1) IL POTERE DELLA PAROLA – e se vale per uno, vale per tutti;

“Dietro tutti i conflitti, le crudeltà e la sfiducia dell’umanità c’è l’intelletto fuorviato.
Vale a dire che l’intelletto non si sta muovendo sul sentiero giusto,
non è associato al benessere comune.
Finchè non si verificheranno dei cambiamenti nella mente dell’uomo
non sarà possibile alcuna soluzione permanente a livello mondiale”.
Shrii Shrii Anandamurti
“Cosmic Vision”, January 1979, 50″”.
Ringrazio chi in questi giorni mantiene uno spirito positivo e costruttivo di fronte alle masse di disfattisti che invadono il web. Che giudicano. Che diffondono il verbo dei rinunciatari e dell’ineluttabilità. Le miriadi di “pacifisti” (le virgolette sono d’obbligo) che sui siti d’informazione attaccano, bastonano, cercano di prevaricare e di ferire, inficiando così in un istante le loro stesse teorie pacifiste -, in cui invece io ancora speravo. La violenza verbale di cui sono capaci coloro che fino a ieri ritenevo miei simili mi prostra.

Nulla si crea senza che venga prima pensato. Visualizzato. Le parole hanno un potere. Ogni volta che pronunciamo un’affermazione, mettiamo la nostra firma su una realtà che produciamo in noi o nel mondo esterno (“a mia immagine e somiglianza”…. vi dice niente?). E se la gente si convincerà davvero che siamo tutti pedine, che c’è sempre un mostro oscuro sotto le nostre mosse (guarda caso mai realmente identificabile nè contattabile), e che il libero arbitrio non esiste, sarà finita. Se la gente riuscirà ancora a immaginare, e a muoversi per un’idea, una visione, un progetto, questo potrà germogliare. Saper guidare il proprio pensiero è determinante. La realtà è prodotta dal pensiero dell’essere umano. Questo è il messaggio che sta alla base delle più autorevoli scuole esoteriche di tutti i tempi e di qualunque religione e insegnamento spirituale. Su questo sono state scritte migliaia di libri e aperte centinaia di scuole (da Ermete Trimegisto, ad Aristotele, a Gesù, dalla spiritualità orientale alla visualizzazione nelle arti marziali, dalle leggi della metafisica allo zen fino al positive thinking e alla psicologia neurolinguistica – e la lista potrebbe continuare per pagine), quindi non dirò altro al riguardo. Certo non mi aspettavo che nel 2011 così tante persone non mostrassero la minima conoscenza di questi concetti fondamentali quando sarebbero serviti, questa è stata una sorpresa per me. E certo non mi aspettavo che gli stessi intellettuali di centro/sinistra o “democratici”, presso cui trovavo pensieri in armonia coi miei, gli stessi pacifisti tra cui mi sentivo tra simili, gli stessi che amano i popoli e le differenze, gli stessi analitici “alternativi”, tirassero acqua al mulino dei “mostri” (della paura, dei complotti internazionali, delle manovre dell’ombra, delle lingue velenose) anziché non concedere a queste forze nemmeno un istante della loro considerazione – perché non ce ne sarebbe il tempo né l’energia, impegnati come dovremmo essere a costruire qualcosa che gli si opponga.
Siamo nati con le risorse per poterlo fare. Chi ha smesso di crederci tira dalla parte che avversa, anche se non lo sa. E quando glielo si dice, a causa dell’isterismo imperante, vieni frainteso in un nanosecondo, subito etichettato come “avversario”, e la comunicazione cade laddove quel che si desiderava raggiungere era lo stesso obiettivo.

Per far passare un messaggio c’è bisogno per forza di etichette, di partiti, di razze, di definirsi? Mazzini godeva delle difficoltà, perché le trasformava in sfide che lo stimolavano a migliorare ancora. Io sono di quella razza lì. E voi?

2) IL CERCHIO CHE SI CHIUDE

Quello che è successo in questi giorni in Italia e nella mia vita è a dir poco singolare. Adesso  sono i “pacifisti”, i democratici, i comunisti e gli “amici del popolo” che a costo di demonizzare nazioni o azioni da loro prese di mira mettono addirittura in dubbio una strage (come se si potesse dubitare della shoah, appunto): ieri una lettrice mi ha chiesto maliziosamente se io le foto delle vittime di Gheddafi le avessi mai viste. Trovo gravissima questa labilità nell’equilibrio di persone istruite, e mi pare di ravvisare in questo un fenomeno piuttosto nuovo. Ora tutti i “buoni” di ascoltare il popolo libico se ne guardano bene, non ne parlano, mettono addirittura in dubbio ammazzamenti, ringraziamenti popolari all’ONU, feste di strada mostrate da Al Jazeera la cui credibilità dovrebbe ricevere un premio dopo come ha trattato in maniera onesta e approfondita tutta la rivoluzione egiziana, anche quando alcune fonti italiane raccontavano le cose a metà, o al contrario. Prima della Libia, comunque, le stesse persone hanno passato gli ultimi anni italiani a regalare visibilità a Berlusconi con una distruttività e una denigrazione multiforme che -, e lo dico proprio perché lui non solo non mi piace, ma a mio avviso non dovrebbe proprio essere lì, – sui pochi veri pacifisti, sui costruttivi e sui propositivi ha solo sortito l’effetto di disgustare, e di allontanarli del tutto dal mondo politico italiano – togliendo così forza agli stessi avversari del Governo. Ora, gli stessi insospettabili sono arrivati a negare la verità e la volontà popolare, perchè è più importante puntare il dito su – e inconsapevolmente dare forza a – l’imperialismo, il neocolonialismo, gli interessi economici. Ed è così che si è chiuso il cerchio. Che in un istante intenso come una via crucis mi ha lasciata fuori, non identificabile più nè in una parte nè nell’altra, semplicemente non appartenente.

Per tutti questi furbi illuminati, che la vedrebbero più lunga degli altri e che detengono da soli la prerogativa sulla bontà nel mondo, io torno a schiaffare qui questo link – vedere sotto. Ma è l’ultima volta che lo faccio, perché oggi ho davvero toccato con mano il fatto che chi non vuole ammettere certe cose, la verità non adrà neanche a cercarla, perché abbracciare un’idea fissa e impermeabile fa sentire più sicuri, e perché costui o costei ha già deciso a priori -, prima ancora della storia: “Pensando a loro e pensando alle decine di morti che ho visto in questi giorni negli ospedali di Benghazi, mi chiedo se davvero valga la pena perdersi nel dibattito guerra sì guerra no, quando la guerra c’è già. Ma davvero non ce ne rendiamo conto? Va avanti dal 17 febbraio. Ed è una guerra civile. Di un dittatore corteggiato per anni dai nostri governi, che usa mercenari stranieri e artiglieria pesante per uccidere chi chiede la fine del regime. I morti sono già almeno un migliaio, quasi tutti ragazzi che hanno preso le armi per difendere le proprie città dall’armata di Gheddafi. Ma in Italia continuiamo a leggere i fatti come se fosse una guerra tra clan, un complotto islamista o un progetto della Cia. Anche questo si chiama razzismo […]” dal bellissimo articolo di Gabriele Del Grande (uno che fa, di fronte ai tanti che parlano e basta, in Italia – cliccare sul suo nome per l’articolo completo che consiglio vivamente di leggere). Io se fossi in lui sarei schifata dagli scontri d’opinione nostrani – e lo sono già così, quindi non riesco a figurarmi quanto.

Martedì sera non riuscivo a pubblicare il post del giorno perchè il server è rimasto intasato per quattro ore. Ho fatto notte per riuscire ad inserirmi. I blogger sono impazziti, l’opinione pubblica frigge. La violenza verbale di politici, di giornalisti dilettanti e utenti in internet che si atteggiano a ricercatori di fonti alternative e che scrivono di “pace” (o fanno “copia e incolla”) aumenta ogni mese di più, fino a farsi insostenibile -, almeno per me.  Mi chiedo se costoro non ci pensino nemmeno un secondo che sono i primi a non applicare ciò che stanno predicando. Per me pace è rispetto, ascolto, gentilezza, integrazione e interazione, ma sopra ogni cosa l’assenza della volontà di atterrare, di zittire, di svergognare, che invece va per la maggiore da quando con internet siamo diventati tutti giornalisti. E’ l’immensità di questo rancore che mi atterra.

Certi giorni, la tentazione di uscire da tutto il virtuale e da questo surplus di informazione, di cui in fondo non puoi quasi mai verificare il fondamento se non quando conosci le persone sul campo (vedi appunto Gabriele Del Grande), è decisamente molto forte. Ti viene da chiederti se non sia meglio dedicarsi al proprio giardino che continuare a perdere le ore in questi finti combattimenti tra galli – specie quando hai due informazioni fresche a cui dai valore e su cui sai che si scaglieranno con rabbia, quindi ti passa la voglia di scriverle. E specie se ti restano tre settimane nel paradiso del Sinai e questi arringatori virtuali ti assorbono via ore di luce dentro i loro mondi fittizi. Se non altro, ti viene da dire, quando qualcuno finalmente farà fuori il pianeta, tu ti sarai gustato appieno ogni ora di cielo, di mare, di natura e di buoni amici -, loro purtroppo no. Infatti, non scriverò più tutti i giorni, non ne vale la pena, in questo momento storico penso sia più importante lavorare sulla vita fuori da questo tunnel assurdo, che schiferebbe qualunque rivoluzionario libico. Lo devo al mondo che vedo fuori dalla mia finestra e con cui, nonostante tutto, ho ancora un ottimo rapporto di amore reciproco.

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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