12 marzo 2011

GUARDANDO A ORIENTE

Mentre tutti i nostri sguardi e quelli del mondo sono rivolti all’immane catastrofe avvenuta ieri in Giappone, che certamente avrà conseguenze percepibili un po’ in tutto il globo (con ulteriore spostamento dell’asse terrestre -10 cm. – dopo lo tsunami del 2004), qui in Egitto ci si chiede se sia rimasto qualche giornalista straniero a documentare il procedere della rivoluzione. Le notizie raccolte oggi vengono di nuovo solo dai blogger e da amici residenti tra il Cairo e Sharm El Sheikh (oltre che da qualche quotidiano nazionale), e hanno dunque carattere prettamente locale.

1)    L’amica J. dal Cairo (blogger e ormai praticamente “corrispondente” di chi in internet stia ancora cercando di far arrivare notizie da qui), oltre ad essere l’unica ad averci fornito foto dalla grande manifestazione di cristiani copti e musulmani insieme a Piazza Tahrir ieri, racconta in diretta Facebook del gran numero di prigionieri politici, o civili incarcerati senza processo, che si stanno recando dalla prigione El Torah al Tribunale, accompagnati dalla polizia di questo nuovo governo, per procedere ad una valutazione caso per caso e alla quasi certa liberazione. Spero che ognuno di loro scriva un libro che diventi un best seller su ciò che ha vissuto in questi ultimi mesi o anni, e che con quel best seller diventi un cittadino agiato, che denunci e racconti, e che possa se non altro contribuire all’opera umanitaria di chi nel mondo lavora contro queste giustizie impunite, corruzione ed omertà -, perché recuperare i giorni o gli anni di libertà tolta e compensare le torture subite non sarà possibile.

Ultim’ora: tra i detenuti ci sono anche i due fratelli accusati (a detta di molti ingiustamente) dell’omicidio di Sadat – Abud e Tarek El Zomor – che avevano finito di scontare la loro pena ma che per via di una legge arbitraria estendibile da parte del Ministro degli Interni erano ancora in prigione (fonte J., Cairo).

2)    Tornando al Sinai, la mia base, due giorni fa raccontavo che tribù locali di beduini, approfittando del vuoto della sicurezza in particolare in questa regione, hanno iniziato a pretendere tangenti per offrire loro stessi un servizio di salvaguardia della regione. Detto fatto, dal giorno dopo è stata rapinata una farmacia di Dahab e nella zona di Nabq (Sharm El Sheikh) è stato assaltato il supermercato Metro da parte di beduini armati apparentemente non appartenenti alla tribù locale. Altri ne approfittano per occupare terre abusivamente. E al delirio si aggiunge delirio: dopo l’adrenalina della rivoluzione e il logorio delle continue tensioni internazionali, ormai in molti di noi la reazione ilare è più forte della preoccupazione (ciò potrebbe essere oggetto di forti critiche, ma fin dall’inizio di questo blog riporto per scelta le sensazioni, accanto ai fatti oggettivi, perché trovo interessante avere un quadro complessivamente umano di un momento storico, e non solo giornalistico e meccanico).

In ogni caso, visto che secondo il Trattato di Pace con Israele, come avevo già accennato, la presenza dell’esercito in Sinai deve rispettare rigide limitazioni, già da oltre una settimana la voce più accreditata delle fonti “underground” locali è che alcuni militari siano comunque presenti tra noi in borghese.

3)    Dalle parti salvate ai roghi nei giorni scorsi presso gli edifici dei servizi segreti, sono emerse celle nascoste in cui venivano torturati e abbandonati tanti “scomparsi” negli anni del regime, strumenti di tortura, “stanze” in cui i malcapitati “arrestati” solo sulla base dello stato d’emergenza (poteva bastare un’antipatia personale o uno sguardo) dovevano restare in posizione eretta per giorni o fino alla morte, poiché lo spazio della gabbia offerta non permetteva a un corpo umano nemmeno di sdraiarsi. Su questa documentazione (polizia segreta e “Sicurezza di Stato”) mi voglio fermare qui per limitare al massimo “il lato macabro” e “drammatico” che i giornalisti professionisti richiedono a gran voce ad ogni possibile occasione – elemento che non ritengo né istruttivo né in alcun modo utile. Della serie: la bellezza di fare giornalismo senza padroni.

Considerata dunque la capillarità delle notizie a cui posso avere accesso qui, grazie a una bella rete formatasi nell’ultimo mese e mezzo tra gentili partecipanti dal Sinai, dal Cairo e a tratti da Alessandria (dalla strada, dagli SMS immediati non appena avviene qualcosa o via rete), credo sia chiaro che questo blog ha i giorni contati. Perché da quando a metà aprile mi troverò di nuovo in Italia, non penso sarà mai più lo stesso. Da qui, queste notizie le senti tue, puoi vedere, toccare con mano, e credo che senza questo dato l’anima di Rivoluzionando svanirebbe, mentre la sua scintilla d’origine è stata una rivoluzione che mi abbracciasse in ogni momento fin nel più stupido dettaglio.

E per coloro che si erano allarmati nei giorni scorsi, prima che la natura stessa schiacciasse via le schermaglie degli uomini con la sua mano sul Giappone e sugli altri Paesi coinvolti; per tutti coloro che gridavano alla guerra di religione e all’invasione d’Europa da parte di arrabbiati africani; dedicato a tutti i giornalisti che per interesse e faciloneria ci propinano la loro insolubile visione manichea sulle prime pagine, ripropongo qui un brano che ieri avevo segnalato solo come link: le vere ragioni degli apocalittici scontri tra musulmani e cristiani nei giorni scorsi al Cairo. Della serie: la bellezza di scrivere senza guinzaglio.

IN SHEI VERITAS

Ebbene sì, non ve l’ho mai detto chiaro per non guastare il flusso biblico di turisti che mi permetteva di campare qui al caldino del Mar Rosso tramite il mio sito web – noto tour operator che da anni fa tremare le gambe ad Alpitur, Valtur e quant’altri. Ma sì, dicevo, è ora di confessarlo: nel Paese in cui attualmente risiedo è in corso una guerra di religioni. Quello che alcuni giornali minori (e alcuni assessori di poco conto) riportavano sull’Egitto in questi giorni non era falso, come avevo fatto intendere, ma solo poco accurato. La crociata, infatti, che ha portato all’incendio di vaste aree di chiese, moschee e note foreste di conifere lungo il perimetro del Cairo, non è stata fatta partire da uno scontro tra cristiani e musulmani, – come qualche Tg e quotidiano di nicchia aveva ventilato in Italia – bensì da un rigattiere che sosteneva fosse meglio il servizio Vodafone con una casalinga che sbraitava che la Mobinil fosse di gran lunga più vantaggiosa. Il lancio reciproco dei cellulari ha provocato la rottura di una vetrata di una chiesetta in zona Soul. Attorno ai due litiganti si è formato subito, nel tipico stile coesivo arabo, un manipolo di tifosi parteggianti per l’uno o per l’altra, lanciando essi stessi i propri cellulari all’una o all’altra fazione (Mobinil e Vodafone) nel tentativo accorato di convincere il prossimo sulle ultime promozioni offerte dalla propria compagnia telefonica. Dalla chiesetta danneggiata è uscito in quel momento il sacerdote, allarmato dagli slogan islamici “MMS!”, “bluetooth!” e “Vodafone live!”, in quel mentre impegnato in una confessione di un ex ufficiale della polizia segreta, ancora bianco in volto per l’indecisione sulla penitenza (sei anni di rosario o un esilio volontario alle Isole Svalbard?), recando in mano un crocifisso per difendersi dal lancio dei telefonini. Vedendo il simbolo religioso, gli appartenenti alla fede islamica presenti nella rissa, per non essere da meno, si sono affrettati a rifornirsi di tomi del Corano, dalle case e dal primo minareto assaltato da loro stessi allo scopo. Altri cristiani copti non hanno esitato ad imitarli, procurandosi Bibbie e croci di varie dimensioni, da case di privati, chiese e negozi di souvenir per i turisti. Così, ben presto la sassaiola dei cellulari si è allargata anche a lanci di libri da due chili l’uno, croci appuntite e mezzelune acuminate scagliate in lungo e in largo per tutto il quartiere (i palinsesti delle TV italiane in quel momento già si litigavano il prossimo special in prima serata sulla guerra santa). A questa notizia bisogna aggiungere le chiese e moschee incendiate, perché il sacerdote di cui sopra si era scordato il gas acceso nel cucinotto attiguo alla sagrestia. Al che altri copti – e presto “cotti” – dell’area hanno gridato all’attentato, e presto coinvolto nel falò comune anche le moschee dello stesso quartiere.

In tutto questo marasma, i militari, che dopo la rivoluzione sarebbero tenuti al mantenimento della sicurezza del Paese (tra campeggiatori in Tahrir, ladroni di Ali Baba resuscitati dalla megera zia beduina di Gheddafi ed ex hippy che regalano maria in cambio di bandiere libiche) -, decidono ognuno per sé se sparare in aria, voltarsi e andare a comprare un giornale (per vedere se la notizia della terza guerra mondiale sia già stata diffusa), oppure fare pausa-falafel, scuotendo la testa in un incipiente giramento globale, nella speranza che quei selvaggi di Soul si plachino da soli una volta finite le scorte dei telefonini e oggetti contundenti. Tutto questo avviene mentre gli ex impiegati della polizia scappano a nascondersi con le mogli nei migliori luoghi di vacanza del Mar Rosso o si dilettano ad assaltare case, banche e i loro stessi ex uffici dei servizi segreti.

I militari, come accennavo, come per uno strano morbo infettivo, iniziano ad accusare un leggero senso di fastidio alle zone più sensibili dell’apparato riproduttivo, dato dalla ricorrenza oggi di un mese dalla fine del regime e dall’inizio del loro personale inferno, tra migliaia di foto con autografo con carri armati fiori bimbi urlanti e bandiere, e le fazioni più disparate che a tutte le ore e in ogni luogo del Paese pestano i piedi creandosi leggi ad personam sulla strada, scambiando il coprifuoco per un happy hour (donne contro uomini, egiziani contro beduini, rigattieri musulmani contro casalinghe copte, atei (5) contro buddisti residenti (3), pro-Vodafone e pro-Mobinil, pro-turisti contro pro-deportazione di tutti gli stranieri a Bengasi, pro-kofta al dente e contro-kofta al dente,  camperisti contro campeggiatori in Tahrir, e persino attivisti manifestanti per il tè beduino contro il caffè turco…).

Nel frattempo, naturalmente, tutti, senza esclusione, in Egitto oggi attendono la notizia imminente che l’odierna catastrofe in Giappone (terremoto e tsunami) sia stata provocata dal Premier italiano per distogliere l’attenzione mondiale dalla riforma della Giustizia in Italia, e dal suo barare nel compito in classe di storia (al corso serale per la terza età) sulla data di nascita di una nota cortigiana marocchina di origini faraoniche.  Allo stesso modo, tutti attendono la notizia della smentita da parte dello stesso Premier e dei suoi amichetti di scuola (Gheddafi, Mubarak e loro compagni di banco), con previsto allarme-terrorismo e annuncio di Al Qaeda quale mandante dello tsunami sulle coste nipponiche, allo scopo di insabbiare la guerra di religioni in corso in tutto il Nord Africa, e nuovo video di Bin Laden, in cui in anteprima Mediaset il grande leader ballerà il tip-tap in completo da belly dancer.

Questo, ad oggi, il reportage della guerra fratricida in corso al Cairo (e in tutto il Nord Africa ma anche oltre), dalla vostra fedele corrispondente tra la capitale egiziana e il Mar Rosso,

Sonia Serravalli ©

(Ndr. Queste sono le notizie vere. Per quelle satiriche e demenziali, vedere naturalmente tutto il resto del blog…)

Foto di J. © (“Combatti il tuo capo, non il tuo vicino”)

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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