27 febbraio 2011

LA RIVOLUZIONE CONTINUA

Id wahda, selmeya… I cori che mi ronzano nelle orecchie – “una sola mano” (popolo ed esercito) e… “senza violenza”.

Rientro ora rispettando a pelo il coprifuoco. L’incubo del cancello già chiuso da quel dannato lucchetto enorme, poi il portiere sdentato e scuro che viene ad aprirmi probabilmente bestemmiando qualcosa contro queste stupide donne straniere e rivoluzionarie. Tahrir è tornata a trasformarsi in un mega-accampamento a cielo aperto: i giovani questa notte vogliono sfidare il coprifuoco e gli ordini dei militari. Ho seguito tutti i cori, i focolai che partono dal nulla, crescono come seguendo una forza di coesione e poi esplodono invadendo la strada, bloccando ancora il traffico, coinvolgendo persone a macchia d’olio. Mi si sono avvicinati giovani e meno giovani più volte, con la curiosità bambina della grande domanda che mi rivolgevano in mille modi: perché fossi qui. Alla mia risposta, “per vedere Tahrir”, vedere la loro circospezione scomparire in un attimo,  vedere la loro esplosione di gioia e di orgoglio. Stessa cosa quando mi chiedevano cosa gli italiani pensassero della rivoluzione: “right or wrong”?  Come se sperassero in un’approvazione dall’esterno. Naturalmente, pollice alzato e una stretta di mano ripetendo a tutti “mabruk” (congratulazioni). I loro occhi si illuminavano di un fuoco profondo, e io capivo che non stavo disturbando affatto.

Non ho fatto che ripetere fino a notte che il popolo italiano è con loro, che non ascoltino più di tanto i politici e i mass media. Bisognerebbe assolutamente spargere ai quattro venti la voce che quanti più turisti possibili vengano a vedere Tahrir, proprio adesso, mentre la rivoluzione è ancora in corso, per far sentire la loro adesione, per fare un’esperienza di vita indimenticabile e allo stesso tempo perché così l’esercito sia davvero costretto a mantenere la pace.

Ma la notizia più importante in questo momento è che i militari hanno avvertito al megafono – ero a tre metri da loro – di andarsene, rispettando il coprifuoco che parte da mezzanotte, o si sgombrerà con la forza come l’altra notte – mentre le tende non han fatto che aumentare, e così gli stand di tè e pane costruiti con tre cassette, bicchieri portati da casa, fornelli da campeggio, patate americane, alimentari, sigarette e ogni giorno nuovi gadgets con la bandiera o la data del 25 gennaio. Così ho conosciuto Mahmoud, “sei una giornalista?” Il solito angelo della sera che, come il signore di ieri, caro Nasser, mi traduce in diretta quello che sta avvenendo. E anche quello che è successo la notte delle sparatorie. Quindi ritratto qui quello che avevo scritto: non è vero che venerdì notte (su sabato) non ci siano stati dei feriti. I feriti ci sono stati perché, mentre io dormivo a duecento metri da loro “sequestrata” dai soldati dentro l’ostello fino al mattino successivo, altri soldati sono intervenuti pestando alcuni giovani nel sonno col calcio del fucile. E con stecche elettriche – mi spiace ma al momento non ne conosco la denominazione tecnica. Tantawi stesso la mattina ha porto le sue scuse dicendo di non avere mai dato l’ordine di sgombrare con la forza. Cosa che invece ha fatto, questa la voce del popolo di questa sera. Una storia che a loro e a me sembra di conoscere… Mahmoud mi raccontava, come altri, che è stato in Tahrir per tutti i diciotto giorni della rivoluzione – qui c’è davvero chi non è ancora andato a casa – e che ha visto l’aereo militare, inviato da Mubarak nei giorni più violenti, passare a pochi metri dalle loro teste per spaventare la folla. Adesso mentre scrivo mancano pochi minuti a mezzanotte e oggi quei giovani non hanno nessuna intenzione di tornarsene a casa finché non si sarà dimesso il Primo Ministro Ahmed Shafik, che continua a ricevere ordini via telefono da Mubarak, e tutti gli altri della vecchia guardia. I soldati si erano preparati in una schiera fitta e minacciosa davanti a noi. Un bel ragazzo dall’aria concitata ci viene incontro e ci dice: dite alla gente che nessuno se ne vada da qui. I giovani hanno adattato i cori che erano per Mubarak a Shafik.

Ancora gridano hureya. Sento delle sirene. Tahrir è una realtà che pullulerà per sempre nel mio cuore.

(Cairo, foto di Sonia Serravalli)

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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