18-19 febbraio 2011

LE VARIE CONCEZIONI DEL DIALOGO

Oggi (venerdì) in Egitto due milioni di persone hanno di nuovo invaso le strade e la Piazza Tahrir in una marcia di festeggiamenti per la caduta del rais di una settimana fa. Appena una settimana fuori dal regime e appena tre settimane dall’inizio della rivoluzione. Dire che il tempo è relativo è pleonastico. Qui un anno sta dentro una settimana e una vita nell’istante che definisce se sei vivo o martire.

Sono allucinata dalle ultime interviste provenienti da Bahrein e Libia. Di nuovo non riesco a staccarmi dai notiziari. Quando pensavamo di avere pace, segue guerra su guerra. Il principe ereditario del Bahrein invita a “calmarsi”, come se stesse parlando con un avversario politico a un talk show, mentre là fuori fa sparare indiscriminatamente su tutti coloro che devono “darsi una calmata”, uomini donne e bambini che lì come in Libia stavano manifestando pacificamente. Di nuovo i dittatori in TV parlano di “dialogo” col popolo e l’unico interlocutore che il popolo vede sono pallottole, da tre giorni anche dai tetti e dagli elicotteri. A Bengasi (Libia), hanno sparato su un corteo funebre, sommando ai morti di ieri i vivi che li accompagnavano.

Oggi dall’Italia mi hanno scritto che la rivoluzione egiziana è stata definita “ghandiana”. Vorrei sottolineare che questo potrebbe valere e deve valere anche per gli altri cittadini arabi che stanno manifestando, e che hanno lo stesso diritto degli egiziani a venire ricordati per il loro approccio civile e pacifico. Non deve rimanere nella storia il sapore di una guerra solo perché sono i regimi ad impugnare le armi. Qui non esiste alcun dia-logo, né alcun rapporto a due che possa definire una guerra: una parte parla e manifesta per i propri diritti, l’altra spara e uccide, persa nell’alienazione che rende il tutto simile a un video game. Infatti, non credo che chi sta scannando persone a centinaia si renda davvero conto di agire su un piano reale, fisico, fatto di carne ossa e sangue, di persone con una famiglia e con una storia, con ricordi, amori, preghiere, mestieri e canzoni.

Ci sono due medici del Bahrein che intervistati live da Al Jazeera supplicano i Paesi arabi e l’Unione Europea di andare ad aiutarli. Piangono tutti, il medico in linea grida, pazienti e perfino gli infermieri piangono. Non sanno neanche identificarli. E’ stato sbarrato l’accesso alle ambulanze, non è permesso soccorrere i feriti che muoiono per le strade. Il medico ripete al giornalista che non abbiamo idea di quello che sta vedendo, che i feriti e i morti che arrivano all’ospedale non si possono più contare, che la situazione è inimmaginabile e non riportabile. Grida senza filtri nella sua urgenza di un ascoltatore come volesse che fossimo lui. Si chiede dov’è il resto del mondo. Mi si stringe il cuore. Mi chiedo se il fatto che il mondo ci sembra sempre più piccolo grazie ai mezzi di trasporto e alla tecnologia non possa finalmente portarci presto alla consapevolezza, non al concetto ma alla consapevolezza, che trovarsi a mille o a diecimila chilometri da una mattanza di civili NON ci rende diversi da loro e NON ci rende automaticamente esclusi, disinteressati, al sicuro. Mi chiedo se nella piazza di Manama non siamo noi stessi che stiamo morendo.

Il Medio Oriente E’ una polveriera, ma non per le persone comuni come noi. Il Medio Oriente è una polveriera per i loro regimi e per i più grandi dittatori della storia moderna. E direi che basta con le facili recriminazioni che girano a chili in rete sulla posizione di Obama e di tutti gli altri governanti occidentali fino a un mese fa, a cui non fregava un fico secco dello stato d’emergenza in Egitto e del fatto che gli egiziani patissero la fame. Basta perché è ovvio che la storia si è piegata a certe leggi di una logica interna – malata, ma pur sempre una logica sufficiente per mantenere temporaneamente un equilibrio precario. Mi sembra semplicistico (e anche tempo perso) giocare a chi si indigna di più tra i vari blog e i vari articoli ora. Partiamo dal presente. E’ SUCCESSO, è già successo e non si torna indietro, qualcuno ha superato il muro della paura, si è moltiplicato per milioni in nome della libertà e qualcun altro l’ha sostenuto. I grandi del mondo hanno cambiato bandiera, va bene. A me non interessa più niente del marcio che ha contenuto il passato. E’ SUCCESSO ADESSO, i popoli  oppressi si sono sollevati e così facendo hanno scoperchiato immensità di merda, di follia e di malvagità pura sotto la superficie di quell’equilibrio, sotto gli occhi di tutto il mondo. Da qui possiamo solo andare avanti. Le vite che si stanno spegnendo in modo atroce in questi giorni non sono solo vite messe in gioco come martiri per la loro patria, ma sono anche mezzi, messaggi, strumenti. Perché grazie a loro solo adesso il cittadino comune italiano, spagnolo, inglese, tedesco o francese si sta interessando alla conformazione geo-politica di Bahrein e Libia e allo shangai che tiene in piedi l’economia tra Paesi Arabi, Stati Uniti ed Inghilterra (che vende armi allo stesso Bahrein). Questi martiri sono martiri al quadrato. Semmai anche la loro vita non servisse per una vittoria della democrazia in uno o nell’altro Paese, sarebbe comunque servita per far parlare il commesso italiano o la casalinga inglese del “principe ereditario” del Bahrein, della Suzanne di Mubarak, di chi è sciita e di chi è sunnita, o di dove stia Bengasi.

Un amico italiano residente in Egitto mi dice che io sono filo-egiziana e che secondo lui, se qui le persone non si trattano con il bastone, da loro non si ottiene nulla. Ecco cosa io considero il vero miracolo dell’essere umano e la vera uguaglianza: poter essere amici pur affermando cose così radicalmente diverse. Il fatto è che qui stiamo parlando tra sordi. Anche i blogger si azzuffano tra filo-qui e filo-là in questi giorni, ma quel che non si comprende è che c’è chi parla essendosi calato in un momento storico preciso o in un movimento politico preciso, e chi invece ragiona a monte, da un punto di vista che è prettamente umano, filosofico laddove non addirittura antropologico. Ecco, io appartengo a questa seconda specie. Dal mio punto di vista, che noi ci troviamo in Egitto, in Libia, in Thailandia o in Nicaragua, l’essere umano non rende come umano laddove non riceva educazione, con lo stomaco pieno e forze dell’ordine che tutelino la sua sicurezza – non quella degli altri. In questi casi sì, l’amico ha ragione, rimane solo un “essere”, comandato a bacchetta dalla forza, relegato alla pura dimensione meccanica della pedina in un ingranaggio che favorisce una minoranza del pianeta. Se lasciato libero, degenera, perché non è stato cresciuto come umano e di umano non conosce né i doveri morali, né le potenzialità, né i diritti. A me non interessa tanto a quale partito politico si  voglia relegare una che non ha partiti, non ha bandiere e che considera la sua casa il mondo. Quello che mi interessa è solo parteggiare come posso per un sistema mondiale più equo, con basi non fondate sulla sabbia come quello a cui ci siamo aggrappati per decenni, e che sabbioso si sta indubbiamente rivelando. Non a causa delle persone del popolo (il cui pacifismo, abituate a rispondere solo al bastone, resta un fatto storico sbalorditivo), ma a causa dei loro moderni schiavisti. A causa degli unici che sparano per primi.

Cambiando discorso e luogo. Molto bello e toccante l’intervento di Benigni a Sanremo (su Utube in più parti) e il suo omaggio al centocinquantenario dell’unità d’Italia. Ha detto qualcosa che ascoltata da qui fa tremare le gambe. I nostri martiri del Risorgimento sono morti per la vita affinché noi potessimo vivere per la vita. Noi siamo nati fortunati, poiché qualcun altro è morto perché lo fossimo, tanto tempo fa. Lasciamo che anche i nostri vicini possano permettere ai loro figli di nascere fortunati. Il prezzo è altissimo ma deve essere una tantum.

Note del 19 febbraio: oggi finalmente riaperto il valico tra Rafah (Palestina) e l’Egitto.

Qui un articolo di Serra che trovo geniale (riderete…) e immagini di donne dalla rivoluzione egiziana. Qui in neanche un minuto potrete firmare online gli appelli urgenti di Amnesty International sulle emergenze di questi giorni.

E qui sotto, la lettera che farò girare tra gli amici egiziani nei prossimi giorni.

Cari amici di oltremare,

mi sono sentita orgogliosa di vivere la rivoluzione del popolo egiziano dall’Egitto, perché è stata una rivoluzione vera, non guidata da alcuna fede religiosa, sesso, età o classe sociale in particolare.

Di recente, mi trovo ad affrontare sempre più spesso una tendenza triste proveniente da alcune persone in Italia, e, trovandomi tra questi due mondi (quello arabo e quello occidentale) la sto vivendo molto da vicino. Sono italiana, di conseguenza parlo di questo Paese, perché la mia consapevolezza del pensiero comune negli altri Paesi europei non è molto profonda – se non per l’idea che posso essermene fatta come turista o attraverso i mass media.

La tendenza (di una minoranza, SPERO) è quella di avere paura – quando non il terrore – che il processo di liberazione dei popoli oppressi dalle dittature del Medio Oriente e del Maghreb possa portare ad un mega-regime islamico che opprima noi. Non è un caso, penso, che si tratti spesso di persone che non hanno mai vissuto all’estero, che non hanno viaggiato molto (e quando l’hanno fatto è stato esclusivamente nei resort – da turisti, non da viaggiatori), che non hanno mai dovuto integrarsi in un altro Paese con una lingua e una cultura diversa, che non hanno amici arabi in Italia.

Ora… Mi sono abituata a passare da una mentalità all’altra e da un punto di vista all’altro diverse volte in un anno tra l’Italia e il Marocco e poi l’Egitto negli ultimi 6 anni. Sono sopravvissuta a un attentato sul Mar Rosso che nulla aveva a che fare con Al Qaeda (nonostante quel che dissero alcuni “mass” media dall’altra parte del mare). Ho amato e ho avuto una relazione con un egiziano che la maggior parte del moderno “popolo di Tahrir” non esiterebbe a chiamare “estremista”. Ho creato un sito web non professionale lavorando come piccola agenzia di viaggi nel tentativo di portare gente a questa comunità per quanto mi ha offerto negli anni – in termini di amicizia, lezioni di vita, generosità, semplicità, bellezza, dignità e un grande senso di appartenenza. Ho tuttora amici e conoscenti in Egitto, molto disponibili quando ho avuto bisogno. Poi, ho aperto un blog riguardo la vostra rivoluzione, nel costante e sincero tentativo di spiegare meglio a casa i fatti da dentro, riempiendo le molte lacune dei “mass” media con il mio “mini” medium (e mi dispiace che sia solo in italiano al momento)…

Non voglio dilungarmi sulla mia esperienza vissuta come un ponte tra queste due realtà. Lo scopo di questo mio scritto è di parlarvi delle paure degli italiani, di spiegarvi quali sono i messaggi con cui ci hanno cresciuti le nostre TV e i nostri giornali… e chiedervi di essere pazienti.

Noi non siamo musulmani, ma come ci avete dimostrato in questi ultimi giorni, i diritti umani, la dignità e il bisogno di democrazia non hanno nulla a che fare con il proprio credo religioso. Credo in questo e ci ho sempre creduto. Questa esperienza mi ha coinvolta ancora più a fondo in questo Paese/popolo – in cui ero già stata coinvolta emotivamente a fondo nella ricostruzione del dopo-bombe 2006. E l’unico commento che mi esce oggi è: dovrete essere pazienti con noi. Perché per anni i nostri mass media hanno preparato il popolo italiano (o europeo?) a questo momento, instillando in noi la paura di un “grande nemico”, la paura ancestrale di un popolo sconosciuto e cattivo che arrivi a conquistarci e a opprimere le nostre vite libere: semplicemente l’atavica paura dell’ “altro”. Negli ultimi anni, le nostre due culture hanno avuto la possibilità di confrontarsi, attraverso la vostra integrazione in Occidente e attraverso il turismo di massa da parte nostra. Eppure, creare nemici, paura e ignoranza è ancora un mezzo molto efficace e comodo per alcuni partiti, TV, giornali guidati dagli stessi movimenti interni alle nostre società. Con questa lettera vi chiedo solo, se ci riuscite, di comprendere questa paura e di vederla con benevolenza. So che è difficile perché trovo io stessa molto arduo riuscirci e mi infurio facilmente. Ma solo la tolleranza, la pazienza e una mente aperta possono aiutare, in questo momento di transizione, a far sentire al sicuro chi è dall’altra parte del mare. Solo attraverso i fatti e i dati di fatto potete dimostrare loro che:

1)    sbarazzandovi dei vostri oppressori e dittatori, non intendevate conquistare l’Europa (o l’Italia);

2)    sbarazzandovi dei vostri oppressori e dittatori, non intendevate venire da noi con le spade e convertirci in massa (noi qui ridiamo, ma ci sono persone che non stanno ridendo per niente e che prendono queste immagini per vere!);

3)    sbarazzandovi dei vostri oppressori e dittatori, non intendevate cominciare una guerra coi vostri vicini, ma assicurare la nascita di una pace più vasta e più stabile;

4)    sbarazzandovi dei vostri oppressori e dittatori, state dando a voi stessi e a noi la possibilità di un equilibrio mondiale più giusto e più sano (economico, politico, diplomatico, sociale, culturale).

5)    sbarazzandovi dei vostri oppressori e dittatori, divenite voi stessi consapevoli della differenza di opinione tra il nostro popolo e i suoi governanti -, e ora potrete scegliere se credere al popolo, in una collaborazione internazionale comune, o se generalizzare e credere che quel che dicono Berlusconi o Sarcozy sia per forza quello che pensano gli italiani e i francesi. C’è un numero enorme di occidentali del popolo che vi ha appoggiato attraverso tutta la rivoluzione, e i cui cuori erano e sono con voi. Solo voi potete vedere le differenze, e fare la differenza adesso.

Ci sono tante teorie, profezie e predizioni di tutti i tipi sul 2012 e sul cambiamento di massa che subirà l’umanità nel suo insieme (fine del mondo, entrata nella quarta dimensione, tempeste solari, meteoriti, inversione nella polarità della Terra, il ritorno dei maya – ho sentito storie di ogni tipo). Per come la vedo io, l’umanità STA decisamente attraversando un cambiamento irreversibile. Ma sarà allo scopo di raggiungere (attraverso una fase di crisi) uno stato di equità, democrazia e cooperazione tra nazioni che la storia umana a noi nota non ha mai esperito prima. Questa è la mia sensazione, quello che mi dice l’esempio dei progressi storici, e quello per cui vivrò.

Vi ringrazio dell’attenzione e auguro a noi tutti un buon lavoro nell’edificazione del ponte culturale che potrebbe debellare l’unico vero terrorismo: la miseria e la paura.

La paura è sempre l’unico vero nemico. Il mio cuore italiano/egiziano/internazionale vi saluta.

 

Convalido l’iscrizione di questo blog al servizio Paperblog sotto lo pseudonimo soniaserravalli ».)

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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2 Responses to 18-19 febbraio 2011

  1. marna says:

    Un grazie sincero per quanto hai scritto in queste ultime due pagine, spero che siano lette e rilette perche’ solo cosi’ certe persone riescano a cercare di capire la realta’ quotidiana di tutti i paesi che in questi giorni vogliono far sapere al mondo le loro reali condizioni di vita, bisogna vivere a loro contatto per provarne i dolori le angoscie e sentirle proprie.
    Grazie ancora Marna.

  2. roberto michelucci says:

    Sonia sempre acuta, profonda, accorata e CORRETTA!!!
    Purtroppo l’occidente, guidato dai suoi interessi economici e perseguendo le vie della corruzione, solo sporadicamente riesce a generare spiriti così limpidi…
    Spero che gli scritti della Serravalli segnino in positivo il maggior numero di animi.

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