17 febbraio 2011

LA VIA CRUCIS DEL MONDO ARABO

Nel Bahrein le violenze da parte delle forze armate del regime si stanno rivelando inaudite, con spari sulla folla e addirittura un massacro di medici che avevano allestito un ospedale da campo in piazza. Mentre cercavano di salvare dei morenti, li hanno prelevati, caricati sui pulmini della polizia, massacrati. In Libia le telecamere non riescono nemmeno più ad arrivare, restano solo gli sporadici filmati amatoriali e la voce dei social network a documentare la giornata di oggi. Un ragazzo intervenuto su Al Jazeera dice:”La polizia sta sparando a chiunque si trovi davanti e sei manifestanti sono appena morti”. Molti detenuti sarebbero stati rilasciati per attaccare gli oppositori di Gheddafi. “Hanno coltelli, spade e pistole. Stanno uccidendo tutti” (fonte: http://www.tmnews.it/web/sezioni/news/PN_20110217_00286.shtml). Dall’Egitto, in cui pensavamo di aver finito con i bollettini di Al Jazeera, c’è come un senso di déjà vu… Dovunque ci troviamo nel mondo, alcune persone sono in totale assenza di Dio – non hanno religione, non hanno un istinto sano nei confronti dei propri simili e non possiedono alcuna scintilla di spirito, sentimento né umanità.

Hillary Clinton aveva definito “stabili” prima il Governo del Bahrein (due mesi fa, dopo il suo viaggio in loco), poi quello di Mubarak, di recente. Forse, stabili per lei, ma non so se l’abbia chiesto all’operaio o al bottegaio. Che torna a casa dal lavoro solo per dormire. Che non sa cosa siano le ferie né cosa sia uno sciopero. A questo proposito, col blocco delle banche e di tanti altri settori lavorativi, qui pare che gli egiziani stiano recuperando allegramente tutti gli scioperi non praticati in trent’anni.

La giornalista di Rai News 24 questa sera riportava come degno di nota l’incognito con cui l’inviato in Bahrein raccontava le mattanze. Chi ha seguito da vicino la rivoluzione egiziana si è abituato da tempo alla frase dell’emittente arabo/americana “non riportiamo il nome né il luogo preciso del nostro inviato per ragioni di sicurezza”. Non si contano più i popoli oppressi dell’area che manifestano e che sono pronti a morire pur di cambiare il loro destino o quello dei loro figli.

Ora iniziano a girare in rete notizie che Mubarak avesse dato l’ordine all’esercito di sparare sulla folla già il 30 gennaio. Se ciò è vero, dunque, diserzione c’è stata. Si è evitato il finale di Tienanmen come auspicavo nel post dell’11 febbraio, ma se si è evitato in Egitto non significa che ciò stia avvenendo anche negli altri Paesi arabi che hanno dato il via alla loro rivoluzione.

Se penso che il 25 gennaio in Egitto era considerata la “festa della polizia” e se penso che il popolo stesso, dalla polizia torturato e sodomizzato, era tenuto e rispettarla e a celebrarla, mi chiedo noi, stranieri, turisti e residenti, dove abbiamo guardato fino a quel momento. E mi spavento di fronte all’idea di quanto sia facile considerare “normale” delle brutalità, con la sola scusa che appartengono ad altri. Solo ad onor del vero linko qui un unico file dei tanti su quello che erano capaci di fare i poliziotti egiziani su civili qualunque durante i 25 anni di “stato d’emergenza” (ancora in vigore presso tutti i Paesi arabi che si stanno sollevando). Sconsiglio la visione a persone sensibili e non seriamente motivate (link).

Una chicca: il quotidiano Al Ahram è uscito con questo titolo: “Chiediamo scusa ai lettori per avere raccontato bugie per 30 anni”.

Un’altra chicca: i gas lacrimogeni lanciati sulla folla in Egitto erano “scaduti”, risalivano cioè al settembre 1994. Si evince dal bel documentario mandato in onda a ripetizione da Al Jazeera International in questi giorni sui “ragazzi della resistenza”, i blogger che a ben guardare preparavano la rivoluzione egiziana ben dal 2008, studiando a fondo le rivoluzioni moderne precedenti con tanto di manuali su abbigliamento antisommossa fai-da-te, direzioni della folla da concertare per le strade, suddivisione dei compiti – partendo dal primo movimento che ha acceso la scintilla, il “Gruppo 6 aprile”. In rete c’è l’imbarazzo della scelta sulla storia in lingua inglese di questa organizzazione di giovani egiziani. In italiano, sono riuscita a trovarla solo a questo link.

Riassumendo il momento storico come se parlassimo tra bambini (il linguaggio semplice e spiazzante dell’infanzia può aiutare quando le trame dei “Machiavelli” si fanno troppo ingarbugliate): Osama Bin Laden era strettamente collegato alla famiglia di Bush, i regimi oppressivi del Medio Oriente erano appoggiati dagli stessi Stati Uniti e dall’Occidente, l’attentato ai copti per Capodanno è stato organizzato dal regime di Mubarak, il regime egiziano stesso ha liberato e armato dei delinquenti per scatenarli contro manifestanti civili e pacifici durante la rivoluzione… di questo passo come faremo a salvare il terrorismo? Come faranno il nostro mondo e la nostra stessa mente ad accettare che l’assassino è il maggiordomo, che il terrorista non è chi avremmo voluto?

Direi che per anche per oggi ho parlato abbastanza, rimando a domani la traduzione della lettera che ho scritto sulle paure degli italiani agli egiziani.

Invito chi mi trova oggi per la prima volta  a leggere i post “caldi” dei giorni della rivoluzione (25 gennaio – 11 febbraio), documentati uno a uno in questo blog dal territorio egiziano tra mille fonti e testimonianze.

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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One Response to 17 febbraio 2011

  1. marna says:

    Mi permetto di dire che la notte del 10 febbraio per me e’ stata la notte piu’ brutta avevo saputo che era stato dato l’ordine dopo il proclama di Mubarak che non intendeva lasciare la presidenza che la guardia presidenziale uscisse il mattino dopo.
    La sua guardia ha un plotone di 50.000 elementi addestrati a ogni tipo di combattimento e di soppravvivenza, si pensi che riescono a soppraviere nel deserto muniti di un solo coltello, pensate un po’ se avessero avuto l’ordine di sedare la protesta che cosa sarebbe successo…..Qualcuno da lassu’ ha teso davvero una mano di protezione.

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