10 febbraio 2011, giovedì

L’ILLUSIONE

El Baradei ieri si trovava ancora tra i manifestanti.

Si dimette il nuovo Ministro della Cultura dopo pochi giorni dalla formazione del nuovo governo.

Il Guardian afferma che l’esercito avrebbe partecipato all’arresto e tortura di centinaia di manifestanti nei giorni scorsi – un dato che sarebbe molto strano e contraddirebbe molte realtà quotidiane di qui, ma non si sa mai, in questi giorni escono continue notizie e smentite. Oggi i carri armati, ritirati da qualche giorno, tornano numerosi per le strade.

La sera stessa, soldati posano le armi e vanno a manifestare con la gente.

Da due giorni Al Jazeera dedica documentari interessantissimi sulla forza assunta da internet e dai blogger in questo Paese e sulla perdita di controllo su questo mezzo da parte del regime, rispetto a quello esercitato su giornali e emittenti TV. E oggi su internet si trovava un’intervista toccante della CNN a Wael Ghonim,  liberato da appena due giorni. Si tratta di una vera e propria “internet revolution”, come dice lui – e per la prima volta ci sentiamo dire chiaro che il sollevamento popolare è stato accuratamente organizzato, grazie alla rete, con un programma e una diffusione silenziosa senza precedenti nella storia.

Nel tardo pomeriggio, l’alto comando dell’esercito e la CIA comunicano che “è probabile che Mubarak si dimetta stasera”. La folla oceanica nella piazza impazzisce. Quando pregando chiudo gli occhi, sono là.

Questa mattina Suleiman diceva chiaro che le dimissioni di Mubarak non rientravano affatto nei loro programmi e Ahmed Shafik (Primo Ministro) lo ripete ora, mentre tutte le agenzie di stampa battono la notizia che hanno solide basi per credere che l’era di Mubarak si concluda questa sera. Mi scrivono perfino dalla Germania che sono già stati informati, la CNN conferma le stesse informazioni, i blog idem, e altri amici in Italia aspettano il discorso di dimissioni. Qui passiamo dalla fantascienza al giallo.

Pensavo di uscire, ma poiché ho imparato le novità all’ultimo momento, resto bloccata in casa per ore per non perdermi un minuto della diretta di Al Jazeera. Mentre scrivo, i politici dicono che nulla è cambiato, mentre un ex generale dell’esercito sostiene che ormai, radunato il consiglio superiore dell’esercito in questo momento (che include il vicepresidente ma non Mubarak), il potere è nelle mani dell’esercito e che il posto del presidente è formalmente vacante. I cori della folla adesso sono impressionanti, la loro elettricità arriva fin qui -, penso potrebbero spostare degli alberi, delle scogliere, dei demoni.

Notte

Girava voce che fosse partito da Sharm El Sheikh per Dubai. Il discorso registrato di Mubarak si è fatto attendere per ore come se si fosse trattato di una star che fa aspettare il pubblico a un concerto. La folla tremava e non stava più nella pelle, proprio come il resto del Paese a casa. Non c’era un’anima per strada e Dahab da diverse sere sembra una città fantasma, abitata da noi anime in bilico e dai cani.

Il discorso del rais non meriterebbe nemmeno di essere menzionato. E non si è compreso il bisogno di questa farsa, se non ipotizzando una tattica di estenuazione del popolo. Le prime frasi erano assolutamente le stesse dell’ultima volta: quel paternalismo mieloso che non è cambiato di una virgola di fronte ai movimenti oceanici, e quelle frasi altisonanti e demodé di un padre che parla ai propri figli dal cuore, sul suo orgoglio per questa terra e per quello che le ha dato (e qui di nuovo la lista dei suoi meriti) e le parole vuote di pace e amore che sono le stesse per cui vent’anni orsono avevo smesso di andare a messa. Parla di dialogo come se sapesse il significato di questa parola, e di dispiacere per il sangue versato gli ultimi giorni (chissà da chi?), parla di preservare la sicurezza nel Paese contro i terroristi… e qui io, F. e il gatto ci guardiamo strabuzzando gli occhi così come si guardano l’un l’altro in quella piazza allibiti – terroristi? Sciacalli e malviventi che vogliono distruggere e egiziani che uccidono egiziani – Mubarak rassicura il suo popolo che lui c’è, che ci penserà lui a punire l’uomo nero.

Per dire che passava i poteri a Suleiman restando in carica poteva impiegarci dieci secondi e non coinvolgerci tutti per metà della nostra giornata – ché guardare un film o andare a nuotare, o a lavorare, per esempio, avrebbe avuto più senso. Sì, perché per questo pomeriggio hanno scioperato di nuovo anche intere categorie, e si sono unite alla folla altrettante folle di operai e di manovali, che hanno trovato il coraggio di alzare la testa e di fare fronte comune coi giovani informatizzati che hanno dato il via, e con avvocati, insegnanti e medici, vecchi e bambini, contadini e studenti. Tutti nella “Repubblica di Tahrir” ad aspettare il discorso di un semidio, il discorso ridondante di un vecchio che si ripete, che non capisce o non vuole capire, che parla da solo e tiene in scacco mezzo mondo. Un re intoccabile del riso amaro e della denigrazione.

Il discorso che è seguito di O. Suleiman è stato altrettanto vuoto e noioso e a metà ci si stanca di ascoltare perché perdere tempo così è offensivo. Mi dedico al cucciolo di gatto che funge da antistress in questa serata, e mi rendo conto che mi offre un appiglio di valore dalle prese in giro delle macrostrutture alla realtà -, micro, piacevole, qualche istante sul suo suolo che Mubarak non può afferrare.

Su Utube si moltiplicano i video di giovani torturati sotto il suo regime e negli ultimi giorni, i pianti di genitori e amici di bei ragazzi con un sogno, a cui gli scagnozzi del semidio hanno stroncato la vita negli ultimi giorni, e lui parla di dialogo. Di amore, di discorsi che vengono dal cuore, dei suoi figli, addirittura dell’orgoglio per le loro stesse richieste – parla in prima persona plurale come se fosse il loro migliore compagno, amante della patria al loro fianco, mentre si trova sull’altro fronte e ha un fucile puntato verso coloro che ama così profondamente. Il discorso non era nemmeno finito che i cori gioiosi delle ore precedenti si sono trasformati in uno schianto assordante di grida e insolenze come se avessero liberato milioni di lupi. La gente della folla si è tolta le scarpe e le sventolava minacciosamente al cielo – al cielo perché dov’è quell’uomo non si sa e non si può toccare. Forse un mutante, un fantoccio, una trappola, una marionetta, che a ottantadue anni dimostra settant’anni appena e ripete frasi a macchinetta. Quasi ci si stupisce che i cori burrascosi del Cairo non ci arrivino fin qui.

Si è consumata anche la grande illusione, i social network tornano a impazzire, i rivoluzionari a bruciare di sogno e di passione.

B. è partito per il Cairo questa sera – il mio visto è scaduto, altrimenti ci avrei pensato seriamente. Ma ci si aspettava una festa, non di nuovo questo punto di domanda infiammabile e devastante. B. vive accanto a me con famiglia e bambini e questa notte appena rientrata ho sentito da subito la mancanza della sua presenza virtuale che mi dava un senso di sicurezza di là dalla parete. Dice che non sa quando tornerà dal Cairo. Oggi raccontava che per il bene della sua famiglia sta pensando a due anni di lavoro in uno stato del nord Europa, per mandare soldi alla moglie e ai figli negli anni di ripresa che prevede per l’Egitto. Che vuole permettere anche ai suoi figli un’istruzione decente e il diritto a viaggiare. Il senso quasi innato di abnegazione di questi padri, la capacità facile che hanno i nati nel mondo arabo di adattarsi per cause di forza maggiore, di slegarsi da qualunque abitudine e comodità come non avessero legami, ha qualcosa di superiore a me. Qualcosa che mi sfugge tra le dita e l’Italia, in cui mi chiedo quanti vedranno B. sotto questa luce, e tutti i B. e i M. e gli H. che già da anni là lavorano. A quanti interesserà la conta dei tagli affettivi, l’inventario delle mancanze e dei sacrifici, il bollettino degli anni persi della crescita dei figli e degli abbracci della moglie o dei discorsi con un conterraneo.

Ma torniamo al giorno della grande illusione, che altro non ha fatto che fornire nuovo carburante alla massa dei manifestanti, i nuovi guerrieri.

Prima del discorso, mi arriva un messaggio dall’Ambasciata italiana del Cairo che comunica: “Considerata l’evoluzione in corso in Egitto e le manifestazioni già previste per domani, si raccomanda di evitare gli spostamenti e i luoghi di assembramento per tutta la giornata di venerdì.” Va bene, gentili, ma non è che la rivoluzione abbia avuto inizio oggi… Evito facili battute perché dicono di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso.

E’ già scoccata la seconda ora del venerdì santo mentre scrivo, e già in rete si moltiplica la notizia di scontri a Raffah – nel nord del Sinai beduini ed egiziani sparano alla polizia, delusi e incattiviti dal discorso della mummia, del mutante, del mostro che parla d’orgoglio e d’amore.

Concludo la giornata con un bell’articolo di Ginevra, che ha vissuto a lungo a Dahab e che ora da Milano ha pubblicato questo.

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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