6 febbraio 2011, domenica

LA MESSA E LA MOBILITAZIONE

Oggi terranno addirittura una messa in Tahrir Square per i cristiani. Stanno organizzando la resistenza, i dimostranti aumenteranno ancora di numero… e noi li ringraziamo.

Ieri sera mi è cambiata tutta la prospettiva sul luogo in cui vivo, sulla coesione tra stranieri che mi stava deludendo, sulla mia apparente solitudine che sembrava farsi più profonda ogni giorno. Due giorni fa avevo pubblicato un appello su Facebook rivolta alla comunità di Dahab, chiedendo di riunirci, di sentirci più spesso, se non altro per uno scambio di opinioni, sia nel caso in cui tutti potessimo restare – aiutandoci dunque anche con informazioni sull’approvvigionamento di cibo, acqua e benzina per ogni evenienza – sia nel caso in cui fossimo costretti ad andarcene – per informazioni sui voli ancora funzionanti, strade aperte, condizioni aeroporti, visti scaduti, eccetera. L’impressione era che tutti volessero rimanere nel loro limbo solitario, fosse per indifferenza, dato lo stile di vita di chi viene a vivere in queste “oasi felici”, fosse per evitare un contagio di allarmismo e un’escalation del panico – cosa assolutamente fuori dal mio intento, anzi. Invece, questa mia idea ha trovato fervido sostegno in un’amica polacca che nel suo Paese ha vissuto la rivoluzione sulla sua pelle. E raccogliendo la mia iniziativa, è riuscita a organizzare una cena con ben quindici persone di una decina di nazionalità diverse, in un’atmosfera che mi ha aperto il cuore.

Dopo gli occhi bendati di tanti telegiornali del mio Paese, trovarmi immersa in un gruppo di persone che sono da anni “dentro la notizia”, che sanno bene quello che vogliono e che ci vedono benissimo, mi ha riempito di una gioia tale che finalmente mi ha concesso un po’ di contemplativo riposo. Dedicata ad ascoltare in silenzio, raccogliere i racconti dei diversi TG e quotidiani in polacco, in inglese, in olandese, in tedesco, in arabo. Nessuna intenzione di andar via da parte di nessuno. Ho così finalmente potuto manifestare il mio bisogno di coesione e ricevere consensi e comprensione nel momento in cui da parte di questa comunità sognante non speravo più niente. L’unione si è rifocillata, includendo visi dell’epoca dell’attentato 2006, mescolati a visi nuovi con impresso il sogno di vivere felici in questo paradiso.

Non ho intravisto in loro alcun dubbio né timore riguardo questa intenzione. E’stata un’ulteriore iniezione di pura energia, dopo quella che già arriva quotidianamente dagli eroi di Tahrir Square, che oggi di nuovo non appena i media vacillano han lanciato nuovi appelli al popolo per rinfoltire ancora il numero dei pacifici manifestanti di questa “kind revolution”, come la chiamavamo ieri sera.

Ho sentito racconti di tutti i tipi o anche semplicemente allusioni velate – e per questo ancora più impressionanti – riguardo i maltrattamenti e le violenze subite dai cittadini egiziani loro conoscenti negli anni del regime. Racconti di cui sono testimoni stranieri di tutte le razze e di tutte le bandiere, vissuto quotidiano, materia tangibile. Se ne conoscono le vittime personalmente, hanno un nome e un cognome e dettagli che vengono riservati ai romanzi gialli o di guerra e mai al patinato TG che accarezza le cene calde degli italiani. Non sono “voci”, un titolo letto di fretta, una fonte d’informazione di parte. Qui ci sono fatti, pezzi di corpo o di personalità mutilati per sempre, identità scomparse sia nel senso metaforico che nel senso più fisico del termine. Ma anche di fronte a questo, all’opinione pubblica generale dall’altra parte del mare viene instillata la paura di quel che “potrebbe essere” e non di quello che qui è stato ed è ancora presente – comprovabile.

“Dobbiamo temere un regime islamico”. “Dobbiamo temere di inimicarci Israele”. “Dobbiamo temere i Fratelli Musulmani”, oh my God, “sarebbe l’ipotesi peggiore”. Ecco, appunto, di là dal mare si vive di ipotesi. Di puzzle di versioni incollate ad arte negli anni perché fossero pronti oggi – e adesso basta un filo di vento per far sollevare gli aquiloni della Paura.

Rivolgo un appello comune a chiunque mi legga: siate sinceri con voi stessi. Volete fatti? Qui ci sono fatti: il passato e il presente forniscono prove, documentazione e una casistica di nomi, cognomi, voci, contatti, con-tatto, tatto, vista, udito. Quali dimostrazioni avete per temere invece che il popolo sia finalmente libero di eleggere chi vuole? Quali dimostrazioni avete in mano, con tatto, vista e udito, per temere un’ondata di immigrazione, quando qualunque egiziano sarebbe ben felice di tornare a casa sua se il dittatore se ne andasse assieme e tutto il suo sistema di terrore? Quali dimostrazioni avete per essere così sicuri che l’abbraccio tra America e Israele vi proteggerà per sempre, come bambini benestanti che non si farebbero più scomodare per dormire e mangiare in una piazza senza tetto né toilette per due settimane, a difesa della propria democrazia? Quali dimostrazioni avete per parlare di fondamentalismo in Egitto – conoscete i numeri e i nomi? Conoscete le opere dei Fratelli Musulmani da vicino? O di loro conoscete solo quello che per qualche anno avete sentito alle TV italiane? Dovete la risposta solo a voi stessi e nessuno vi giudicherà, dopo. Quel che è criticabile, è non porsi nemmeno queste domande perché qualcun altro ci ha noleggiato la sua mente e noi abbiamo scelto di credere ai “più esperti”. Si consumano meno calorie e abbiamo in cambio anche un senso di rassicurazione. Come l’impressione di aver azzeccato la poltrona giusta che qualcun altro aveva già modellato, guarda caso esattamente per la nostra conformazione. Qui possiamo sprofondare in pace.

Alla festa, l’egiziana S. raccontava della concezione di Mubarak come padre, e ripeteva animatamente: “Lui mio padre? No, perché? Io ce l’ho un padre e non è lui!”

L’amica polacca B., come nell’ultimo articolo di Noam Chomsky, confermava lo schema fisso attuato da parte di vertici del governo e di pressioni straniere durante una rivoluzione, visto che per lei questa è la seconda.

L’amico americano L. ha altamente sconsigliato di considerare Fox News, dicendo che negli Stati Uniti è considerata una fonte di informazioni inventate di sana pianta (lì avevo letto del tentato-attentato su Suleiman, poi smentito). Oltretutto, lui crede che Mubarak sia morto e defunto dieci anni fa, e che da allora utilizzino dei sosia.

Tornando a casa in un vento arrabbiato tra taurini sbuffi di salsedine, sul lungomare ho incontrato un cane che camminava perdendo molto sangue da una zampa. Mi sono fermata per attirare l’attenzione su di lui, vicino passavano gli egiziani impiegati nei ristoranti e un gruppo di turiste straniere. Questi locali, notoriamente non amanti del cane per cultura, non hanno perso tempo a strappare un a bandana per suturare la ferita, mobilitandosi in sei o sette per fermare l’animale. La mia giornata si era definitivamente capovolta. Dalle sensazioni di sfiducia, indifferenza generale e solitudine della mattina, a un senso di collaborazione e di unione che sento per istinto necessari per fare la differenza.

Torno a casa e nella notte trovo un altro articolo tedesco che mi ha inviato un’amica, Web.De che riportava notizie false di dimissioni di Mubarak e una reazione euforica dei manifestanti. Tutti vogliono parlare e inventare fantascienza e non c’è quasi più nessuno che ascolti.

Ora, dopo le poesie, i canti, i balli e le preghiere in piazza, girano filmati di manifestanti egiziani che inscenano battute di spirito per la strada per alleggerire le tensioni della folla. Ne ho visto uno in arabo di un egiziano che si finge indiano per raccontare una simile rivoluzione vissuta nel suo Paese – e pur non avendo compreso tutto l’ho trovato veramente esilarante – e l’ho condiviso in rete.

E’ bello pensare che da adesso sarò una persona migliore grazie all’esempio del popolo egiziano.

Più tardi. Appunti sparsi.

Persiste l’ossessione per le notizie online e per il video della TV allo scopo di non perdersi per niente al mondo il momento agognato.

Oggi le banche aprono per tre ore dopo tanti giorni di stallo, e anch’io mi rimetto a lavorare alle traduzioni. Oggi nella piazza al centro del mondo, momento di raccoglimento tra tutto il popolo unito (cristiani e musulmani pregano insieme) per le vittime di questa rivoluzione.

Ieri con la farsa delle dimissioni di Mubarak e del suo entourage del Partito Nazional Democratico (azzerato il comitato esecutivo – figlio Gamal incluso) qualcuno dell’esercito ha cercato di convincere la folla ad andarsene. Probabilmente le stavano tastando il polso. La risposta me l’ha raccontata F., non ero connessa alla TV in quel momento. Resistenza e un coro da brividi a intonare l’inno nazionale. Ma qui non c’è  tanto da parlare di nazionalità né tantomeno di religione: i diritti che reclama il popolo egiziano sono universali come la libertà. Non si sono visti slogan religiosi durante questi tredici lunghi giorni di manifestazioni, e anche che i Fratelli Musulmani si stanno impegnando a non candidarsi alle prossime elezioni per far contenti tutti. E riporto qui – assieme alla gente, ai tanti blog e a diversi giornalisti – che il nuovo vice Suleiman è comunque parte del vecchio apparato militaristico (ex capo dei servizi segreti) e che considerarlo la guida del nuovo governo in vece di Mubarak, e colui che deve trattare con l’opposizione, è comunque l’ennesima presa in giro e gli egiziani non sono stupidi. Certo, l’unico modo sarebbe forse prenderli per stanchezza, come stanno cercando di fare.

Colpi d’arma da fuoco nella notte contro alcuni manifestanti, e chissà quante altre realtà collaterali ci arriveranno forse tra qualche anno, se arriveranno.

La conservatrice Fox News accusa il modo di riportare le notizie dall’Egitto di Al Jazeera in questi giorni. Ovviamente. Ad Al Jazeera in arabo hanno addirittura affermato che di fronte ai loro inviti ad intervistare anche persone dall’altra parte, pro-regime, pro-Mubarak o conservatori in varie forme, inclusi gli stessi politici, hanno ottenuto solo rifiuti, perché queste persone hanno paura. Dunque, avere una par condicio è reso impossibile dagli stessi soggetti in campo.

Sono andata a camminare un po’ dopo un altro giorno tra il computer e la TV e a trovare due amici egiziani che non vedevo da tempo.

Il primo, M., mi ha detto che il 10 febbraio andrà a raggiungere Tahrir Square con altre persone. Oggi ho la tentazione di andarci ma è solo una voce lontana – devo pensare alle preoccupazioni dei miei a casa e agli egiziani che qui mi sconsigliano… E forse anche al fatto che non sono egiziana, anche se non sono consapevole di quanto questo possa contare o meno, quando ci si muove per dei principi che sono umani.

Il secondo, H., mi ha raccontato che i beduini della zona sono passati per ogni singolo alimentari e super mercatino di Dahab, intimando loro con minacce di non azzardarsi ad alzare i prezzi approfittandosi del momento. I beduini stessi stanno lavorando spesso al posto della polizia a protezione dei posti di blocco e delle loro aree in questi giorni, e per un ripristino dello scorrimento per le strade, uniti agli egiziani. Comunque il governo egiziano li abbia sempre trattati, questa è anche casa loro.

Ho visto che i bottiglioni d’acqua da 7 litri si stanno esaurendo, ma addirittura oggi il prezzo era più basso del solito. Non c’è una cosa logica o prevedibile in questo Paese in cui si sfiora il surrealismo. H. è preoccupato perché ha aperto un ristorante qui da pochi mesi e come la stragrande maggioranza degli egiziani adesso non sa di cosa vivere. Si aspetta un passaggio molto lento verso un nuovo equilibrio, e credo che questa sia l’opinione di tutti, anche se credo e spero che il turismo riprenda in tempi più veloci. Poi ancora mi ha raccontato che al Cairo ci sono dei ragazzi a dirigere il traffico al posto della polizia nei giorni, e che si sono verificate scenette impensabili di civili giovanissimi che non lasciavano passare automobili della polizia auto-nominandosi ufficiali al loro posto, per mantenere un ordine. Anche lui ha conoscenti là nella piazza.

Da oggi circolano in rete filmati, montaggi e scenette allestite dal vivo divertenti e perfino esilaranti riguardo Mubarak e la rivoluzione. Dopo i giorni dello tsunami, l’ironia reclama la sua parte. Euronews ha mostrato un finto funerale di Mubarak allestito in piazza tra balli e risate. Alcuni dormiranno sotto i carri armati per sentirsi più al sicuro dalle mattanze notturne.

Ora arrivano in bacheca comune su Facebook queste notizie da uno dei nostri di Dahab:

(Traduco dall’inglese) “Brutte notizie, temo. Vengo a sapere dalle autorità più affidabili che gli stranieri del Cairo, sia di Maadi che di Heliopolis, sono stati trattenuti nelle loro case  o per le strade dalle forse di sicurezza. Non farò i loro nomi per motivi di sicurezza. Alcuni sono stati bendati, minacciati, posti sotto interrogatorio, trattenuti per diverse ore e poi è stato loro estorto denaro. Tutti i loro visti erano in ordine e avevano con sé i passaporti. Non sono voci o miti urbani, ho sentito queste cose direttamente dalle persone a cui ciò è capitato.

Io continuo a restare al Cairo perché sento di dover rimanere qui, voglio solo dirvi di essere consapevoli della situazione e di prendere la vostra decisione. Spero che le cose migliorino presto.

Invierò più informazioni domani. Non sto scrivendo con superficialità o per spaventare persone, ma per dare la corretta informazione che ho già ricevuto da un certo numero di fonti.

Amo l’Egitto e spero di restarvi e non diffonderei false notizie se non fossi pienamente convinto della loro veridicità.”

Hanno trattenuto o arrestato un noto giornalista di Al Jazeera in inglese che documentava spesso dal Cairo in questi giorni (Ayman Mohyeldin). Rivolgono appelli continui per la sua liberazione.

Da giorni si collegano coi loro inviati senza nominarli per motivi di sicurezza.

Ho messo al PC una canzone di Ray LaMontagne che considero una poesia e mi sono resa conto da quanto tempo non sentivo musica. C’è nell’aria un’assenza di balli e di leggerezza che si condenserà tutta sulle nostre spalle quando l’adrenalina avrà terminato il suo effetto. Per ora mi sembra solo di avere talmente tanto da raccontare da non immaginare quando potrà esaurirsi.

Notte

Le ultime notizie: negli ultimi giorni al Cairo hanno iniziato a rubare le auto diplomatiche, probabilmente scagnozzi del regime. Nei video più truci che fanno il giro di Utube se ne vede una diplomatica americana investire dei manifestanti come fossero carne da macello (attenzione, le immagini potrebbero essere scioccanti, pubblico uno di questi video qui). Un paio di giorni fa due italiani sono stati fermati a un posto di blocco e dei poliziotti che parlavano solo arabo li hanno portati in giro ore cercando una centrale di polizia libera per interrogarli. Sarebbero probabilmente spariti, se non fosse che assieme a loro avevano fermato anche personale dell’ambasciata australiana che quando son stati rilasciano hanno intercesso per loro. Quando han chiamato l’ambasciata italiana per essere aiutati, la risposta è stata che non avevano più mezzi per soccorrerli perché li avevano rubati tutti.

Oggi le forze dell’opposizione si sono riunite con il vicepresidente Suleiman, ma non sono giunti a nessun accordo perché le loro richieste non convergono. I Fratelli Musulmani giustamente così come il popolo non si prestano a nessun tipo di accordo o compromesso se non viene soddisfatta la premessa delle dimissioni di Mubarak. Oggi è stato chiamato “il giorno dei martiri” in memoria delle vittime che ha preteso finora questa rivoluzione.

Hanno licenziato quel portavoce americano che ieri ha parlato a favore di Mubarak nella transizione dal regime al nuovo governo – la notizia che mi aveva più allarmato negli ultimi giorni. Evidentemente parlava di un parere personale, ma ha fatto male i conti.

Oggi ho visto un altro video di dieci minuti segnalato da una persona dal Cairo su Twitter che commentava “dei veri eroi”. Ancora investimenti selvaggi da parte di auto della polizia che fanno a pezzi la gente prima che prendesse il sopravvento, e su uno dei ponti del Cairo la scena di decine di manifestanti nella preghiera rituale sotto i getti degli idranti.

E un’impressione dai giorni scorsi: quella che si stia giocando a “bandiera” e che tutto il mondo si sia immobilizzato per vedere chi per primo farà lo scatto per strappare il fazzoletto dalla mano del baricentro.

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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