4 febbraio, venerdì

THE DEPARTURE DAY – LA RIBALTA DELLO TSUNAMI

Nominato “il giorno della partenza” (di Mubarak) da tutti i manifestanti per la democrazia.

E’ tornata la folla oceanica del sostegno e della coesione. Cantano e pregano, tutti gli occhi del mondo puntati lì nonostante le censure e la violenza usata sui giornalisti stranieri. Qualcuno riesce a filmare da giù o dalle finestre, e chi non ci riesce utilizza i filmati degli stessi manifestanti che sono stati invitati a inviarli alle varie emittenti. Nessuno, nessuno può permettere a un muro frantumato di stare in piedi.

Suleiman avrebbe detto che non verrà usata la forza sulla folla, ma che i manifestanti verranno solo invitati a tornare a casa, senza violenza né oggi né mai. Ovvio, non usano la violenza diretta, ma quella collaterale di cecchini sui tetti, mercenari che più di una volta ormai passano in auto investendo i manifestanti con immagini raccapriccianti da macello, e il bavaglio alla stampa, forse sono considerati da questo signore gesti d’affetto rispetto a quanto il regime ha perpetrato fino ad oggi.

Ad ora mi sono piaciute particolarmente le interviste di Slavoj Zizek e in parallelo di Tariq Ramadan – che già seguivo ai tempi della stesura del mio L’Oro Di Dahab. Slavoj ha sottolineato con enfasi la grande prova di civiltà, democrazia (e aggiungerei coraggio) che il popolo egiziano stesso ci sta dimostrando qualunque siano le illazioni internazionali e i fantasmi che le varie fazioni stanno alimentando. Concordo totalmente e senz’alcuna esitazione.

In parallelo, ci sono sollevamenti di piazza in quasi tutti i paesi arabi a sostegno del popolo egiziano. Mubarak giustifica la sua volontà di non dimettersi dicendo che senza di lui vi sarebbe il caos – la filastrocca imparata a memoria dalle potenze che lo vogliono lì, a continuare a fare da cuscinetto tra ricchi e poveri, come se in questi giorni il caos non vi fosse stato. Mubarak fai ridere, oltre che pena.

Ad Al Jazeera non fanno più i nomi dei loro corrispondenti per motivi di sicurezza.

Da quando abbiamo la rete continuo a pubblicare aggiornamenti su Facebook.

La frase che il popolo nella piazza del mondo sta gridando è molto pertinente anche per noi stranieri qui, e dice: “We won’t leave, he must leave.”

Sono scenari storici e sinceramente non hanno nulla di apocalittico, semmai, un’anima di un’erompente primavera.

Sono già quasi le 2 del pomeriggio. Ho passato la giornata dal mio risveglio a ora guardando le news e aggiornandomi via social networks e internet. La gente dalla piazza del mondo (“Tahrir Fort”) dice di sentirsi protetta dal suo stesso numero, davvero oceanico, di nuovo.

Oggi nessuna traccia finora dei pro-Mubarak o di violenti, e tutti coloro che entrano nella piazza vengono di nuovo controllati in modo da non lasciare entrare nessuno armato. Regnano rinnovati la festa e l’unità.

Pomeriggio tra una visita agli amici, un po’ di spesa e un rientro in rete e TV.

Qualunque romanzo o film di fantapolitica qui sta diventando reale.

Hanno arrestato vari membri di Amnesty International cercando di spacciarli per israeliani.

La “versione di moda” di ieri su una cospirazione proveniente dal Katar si è spostata sulla “versione di moda” di oggi: una rivolta interna ispirata alla rivoluzione iraniana.

Stanno cercando di tenere i pro-Mubarak fuori dalla piazza, ma ancora nessuna delle due parti tra il regime e il popolo ha alcuna intenzione di ritirarsi. Sembra un’eternità che viene mantenuto l’equilibrio precario sul filo della perfezione tra le due forze contrastanti.

Due anziani turisti inglesi arrivati a Dahab tramite il mio sito mi hanno scritto che si trovano ancora qui, che sono in contatto con la loro ambasciata che li aggiorna quotidianamente via email e che gli avrebbe detto che sono più sicuri se restano fermi in questa cittadina.

Sono appena tornata da alcune botteghe di Dahab e sono stupita dal basso livello dei lavoratori locali: chi guardava un canale musicale e chi addirittura Nile Sport, che trasmette partite di calcio vecchie per distrarre l’attenzione e le energie del popolino. Ho potuto parlare con loro e assistere dal vivo al loro rimbambimento davanti a incontri di football datato. Ascoltando le grida del cronista da fuori del negozio, che pareva stesse avendo un orgasmo, ci si poteva illudere che Mubarak si fosse ritirato. Invece poi entri, e vedi una vecchia partita di calcio tra Egitto e Brasile. Canale statale, ovviamente.

A proposito, da uno dei canali di Stato continuano a mostrare esclusivamente la piccola minoranza di manifestanti pro Mubarak fuori Tahrir Square e a Giza, con inquadrature tattiche che tagliano fuori la massa oceanica degli altri, dei manifestanti per la democrazia. Sono pochi i ragazzi con un computer e molti sono obbligati a vedere la TV di Stato perché a casa o sul posto di lavoro non hanno l’antenna satellitare. E lo Stato lo sa.

Vivere questi momenti storici dal loro centro ti catapulta tanto vicino alle dinamiche del mondo da avere quasi la sensazione di poterle toccare. Forse in questi giorni basta allungare una mano per esperire il Bene e il Male attraverso il senso del tatto. Con la vista si può scrutare da vicino il movimenti degli iceberg giganti che detengono il potere del pianeta e che tengono in equilibrio – se equilibrio si può chiamare, ma effettivamente tale è finché non crolla – il mercato del petrolio, il neocolonialismo e la mappa delle guerre -, fino allo standard di vita di cui godiamo, ai farmaci che ci arrivano e ai media del nostro Paese. Io non so se appena più lontano da noi la gente si sia resa conto che qui si stanno muovendo le pedine principali di un equilibrio che riguarda tutti senza distinzione. Perché coinvolge l’energia atomica e l’aria che respiriamo e il nuovo assetto di alleanze mondiali che dopo i fatti di questi giorni potrebbe rafforzarsi o modificarsi. Da qui vicino al baricentro della rivoluzione queste cose si toccano, fino a poter porre la mano sugli stessi limiti propri, sulla soglia a cui arriva la tua vigliaccheria o sul coraggio del punto a cui sarai disposto ad arrivare.

Le ultime notizie: mi chiama M. che dice di aspettare a diffonderlo finché non avremo il comunicato ufficiale ma dalle sue fonti di un canale arabo e uno francese (e su questo rimane sul vago) ci sono grosse novità sull’imminente ritirata di Mubarak. Va tutto bene, ormai non c’è nulla a cui io creda e nulla a cui non creda e come dico non mi meraviglierei neppure se vedessi scendere su Tahrir Square un manipolo di uomini volanti travestiti da Cattivik.

Inoltre, c’è stata una  sorta di “guerra delle preghiere”. Oggi i pro-Mubarak in piazza, dismessa ogni violenza, si sono inginocchiati simbolicamente pregando Mubarak di non andarsene, mentre gli anti-Mubarak si inginocchiavano per pregare Dio di cacciare il dittatore. Io recitavo il mantra per loro in un rimando di energie tra forze fraterne e duellanti. In questi giorni mi sono detta più volte che vorrei aver registrato tutto questo su più video paralleli tra le varie manifestazioni in giro per il Paese e i vari momenti vissuti da noi qui.

Sì, un video. Un momento di comicità, immaginando di vedere anche Mubarak sfilare tra la folla, dopo che è sceso tra la gente perfino l’ex Ministro della Difesa (colui che dirigeva la Guardia Nazionale – l’esercito è sotto il Ministro degli Interni). Un momento di tensione quando si litiga per ottiche diverse sulle stesse basi. Un momento di preghiera. Un momento di incredulità nel pingpong delle ultime notizie apprese da cinque fonti diverse in tre lingue. Un momento a crollare dal sonno dopo una sera in cui affidiamo a un po’ di cattivo vino il compito di renderci brilli per staccare il pensiero.

Torno sulla TV italiana dopo due giorni che non la guardo. Rai News 24, e in un sottotitolo leggo: “Berlusconi auspica che non ci sia una rottura con Mubarak”. E’ il giorno di Zelig è ho l’impressione che di nuovo il cabaret sia iniziato prima del programma. Sto cucinando e mi viene da ridere da sola.

Notte

Ancora una sera allestita da me per evitare una solitudine amara oppure vacillante e profonda. Abbiamo riso, abbiamo discusso, abbiamo appreso ancora cose nuove l’uno dall’altra e domani si è organizzata una serata internazionale su mia iniziativa per cercare di rendere più coesi gli stranieri di Dahab che – a parte la mia ristretta cerchia di amici italiani – in questi giorni paiono imperturbabili in una maniera inquietante. Sembra quasi che, poiché qui nulla è cambiato, tutto vada a meraviglia. E mentre perfino il resto del mondo si preoccupa per la grande polveriera (su cui noi sediamo), loro sembrano non voler manifestare timori né voler ammettere che ci troviamo in Egitto, un Paese nella cui capitale solo ieri sembrava guerra civile e un Paese che al momento non ha più legge. Dahab continua a comportarsi come un’isola in tutto e per tutto, come ha sempre fatto, nel bene e nel male.

Ora è emerso un “comitato dei saggi” per un’ipotesi di transizione, mantenendo Mubarak come pura figura formale, visto che non se ne vuole andare. Lo manterrebbero “per motivi legali”, così si sono espressi, e l’unica cosa che mi è venuta da pensare è che lo devono arrestare – che altro?

Stasera lo stesso portavoce ufficiale di Al Azhar, Mohammed Refah ElTahtawy, si è dimesso per unirsi al popolo.

Il fatto è che – e l’ho detto chiaro anche su Facebook – se Mubarak restasse al governo fino a settembre noi qui saremmo tutti fottuti. La rappresaglia inizierebbe esattamente un minuto dopo questa decisione, e tutti coloro che erano in quella piazza e che in rete si sono espressi come me sarebbero in guai che non sto a scandagliare perché a un italiano che ha sempre vissuto comodamente (come me e tutti quelli che conosco) mi rendo conto che essi risultino praticamente inconcepibili. Beh, sono nel Paese in cui quello che a fatica immaginate in un film avviene da ben 30 anni. Per il bene degli equilibri della scacchiera mondiale – “scacchiera”, un altro dei termini che in questi giorni ricorrono come fossero respiri, accanto a “turmoil” (tumulti), “step down” (dimettersi), “thugs” (teppisti) e, soprattutto, “now” (lo “step down now” che sentiamo da 11 giorni di “adesso”).

Intanto, i nostri portacenere si riempiono di sigarette, e anche chi non fumava ora ci da dentro.

Cerco ogni momento di ricordare i principi che sto apprendendo ad aikido: concentrarsi sul proprio centro – l’energia interiore che parte dal nostro centro può smuovere un gigante. E mai perdere l’equilibrio attorno al proprio centro, e mai lasciarlo scoperto, e abbracciarlo con tutto il nostro essere a dispetto di tutto ciò che accada attorno.

Arrestato il direttore di Al Jazeera al Cairo e un altro collaboratore mentre appena ieri il vice presidente si scusava per gli arresti dei giornalisti (probabilmente questo riguardava solo gli stranieri…).

Mi hanno colpito alcuni messaggi di egiziani su Twitter in questi giorni. Uno di ieri: “Innamoratevi di un egiziano oggi, perché domani non sappiamo chi sarà ancora vivo.” “Sono pieno di botte e di lividi e il mio occhio è ancora nero, ma non sono mai stato meglio in tutta la mia vita.”

Un giornalista americano dice (cito quel che ricordo): “Queste miriadi di persone sono scioccate dalla loro stessa potenza, da quanto sono riuscite a ottenere, come se non se l’aspettassero.” Ora manca un leader che sappia cosa fare di tutta questa esuberanza. Dalle varie interviste e dalle immagini sembra proprio di osservare una distesa di energia e di adrenalina, un’alta marea di sogni che ondeggia su Tahrir Square, in cerca di un catalizzatore che la prenda in mano e la diriga da qualche parte precisa. Raccontavo nel mio diario su Dahab (2007-2011), precedente a questo scritto, che qui i cani randagi si radunano in branchi spontanei che sono sempre in cerca di una guida, di un padrone, del maschio alfa. E’ l’ultima cosa che ho scritto prima di iniziare questo reportage. Ecco, il popolo egiziano è in cerca del proprio maschio alfa.

Ultime a notte fonda.

Mentre secondo la Fininvest i manifestanti in piazza oggi erano 200.000, Rai news 24 e tutti gli altri (tranne le locali tv di Stato qui) dicono un milione solo ad Alessandria, 2 milioni e oltre al Cairo. Manifestazioni anche davanti all’ambasciata egiziana di Roma.

I giornalisti italiani facevano ridere in confronto alla professionalità di altre nazioni, con la pretesa di passare i nuovi blocchi anti-reporter mostrando il loro passaporto. La solita presunzione dell’italiano di andare comunque bene a tutti: alleato di qua per la posizione assunta dal suo governo, e alleato di là perché “tanto siamo tutti una faccia-una razza”.

Correndo nel silenzio della laguna continuavo a sentire i cori anti-Mubarak sincronizzati sul mio respiro.

Giornalista egiziano ucciso. E per fortuna che avevano rilasciato tutti – ennesimo modo di fare buon viso solo all’esterno. Mi chiedo cosa sarebbe successo se dopo il discorso di Mubarak la gente gli avesse creduto e fosse andata a casa, se già così continuano a commettere crimini ogni giorno nonostante tutti i media del mondo puntati addosso. E mentre da giorni ci dicono che i morti sono 11, secondo le stime di agenzie di informazione si aggirerebbero attorno ai 300. Resta che per il tempo dei numeri è sempre il futuro – il presente è polvere sollevata, calci e bandiere.

Qui ormai non parliamo più di un piatto prelibato, del prossimo viaggio o di infatuazioni. I nostri discorsi sono diventati nuove creature ruotanti attorno a discorsi politici e militareschi e a nomi come Mohamed El Baradei, Omar Suleiman e Amr Musa come se fossero sempre stati parte del nostro pane quotidiano.

Devo decidermi a staccare e a dormire un po’. Anche oggi sono quasi le tre. Non prima di dire quanto sono colpita dall’alto grado di civiltà, di organizzazione e di dedizione al prossimo che gli egiziani del Cairo stanno dimostrando nell’assistere i feriti, nel pulirsi da soli le strade, dirigere il traffico, procurare brandine e tende da campeggio, fare turni in piazza e rifornire tutti di acqua e cibo. Senza bagni, senza letti, senza un tetto, e non è neanche estate. Una vera lezione al mondo, per chi vorrà aprire gli occhi e vedere.

Oggi F. mi ha detto una cosa commovente. “Noi stessi egiziani abbiamo scoperto con questo chi siamo davvero.” Sotto quel regime, questi lati venivano frustrati e tutto s’incarniva in un’aberrazione.

Adesso penso spesso a tutti i razzisti – tra cui vari italiani dall’atteggiamento neo-colonialisti residenti a Sharm – che affibbiavano agli egiziani nomignoli degradanti e derisori. Sono sempre stata “contro”, e oggi finalmente l’alta marea sta mostrando loro la vera faccia delle cose. Penso ad ognuno di loro, alle loro idee razziste. Chissà chi potrà restare cieco adesso, e come.

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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