3 febbraio 2011, giovedì

EGYPT BURNING – I GIORNI SENZA LEGGE

Altre violenze nella notte, più di 800 feriti ma non credo più ai numeri – per esempio nessuno parla di chi scompare. Ieri sera il Primo Ministro britannico ripeteva a rotazione alla TV che se è vero che c’è un coinvolgimento del regime nei gruppi armati pro-Mubarak “bisogna che la cosa abbia fine al più presto.” Ah, tutto qui quello che viene da dire? A nessuno viene in mente di arrestare il rais per crimini politici?

La notizia degli scomparsi mi è stata confermata da amici di amici che sono presenti in Piazza Tahrir in questi giorni. Ora che abbiamo anche accesso alla rete, si fa fatica a mantenere il ritmo delle notizie e delle cose da raccontare provenienti adesso da molte più fonti delle già tante fonti che ci cantavano intorno nei giorni di sconnessione dal mondo.

Faccio fatica a mantenere la velocità delle cose da raccontare. Non si capisce più la posizione dell’esercito, il perché all’improvviso ieri le persone armate abbiano potuto accedere a Tahrir Square evadendo i punti di blocco che nei giorni scorsi non lasciavano passare nessun mezzo contundente. In TV ci sono poi altre testimonianze che raccontano di scalmanati disarmati dal popolo e consegnati ai soldati che li avrebbero poi scortati fuori dalla piazza. Mi chiedo cosa aspettino a disertare. Che qui è il sogno della grande maggioranza.

Domani si aspetta un altro grosso afflusso per via del giorno festivo, venerdì, designato inizialmente come ultimo giorno utile per il rais per dimettersi in maniera degna. Mi chiedo a questo punto chi possa ancora parlare di dignità. Certe persone forse nascono prive di certi geni – a volte mi viene davvero da chiedermi se ci sia qualcosa di fisico/genetico nello stampo delle menti più calcolatrici e impermeabili a qualunque sentimento.

Ora mi è arrivata perfino la voce che la sera dell’atteso discorso Mubarak si sia presentato così tardi perché si stava recando in Belgio.

Sono giorni senza legge e con molto Dio -, perché loro pregano e io recito i mantra in risposta a una ragazza manifestante che chiede di rivolgere a loro le nostre preghiere. Non vogliamo che i media si stanchino di riportare quel che sta avvenendo qui solo perché gli istigatori del caos sono riusciti a far sfollare molte persone dopo il grande martedì. Giorni senza legge perché teoricamente adesso tutti possono fare quello che vogliono e sta solo nella civiltà o nel buon senso del singolo decidere se tenere aperto il suo negozio o se andare a rapinare qualcuno. Per la mia piccola esperienza personale passata e presente, mi sembrano in gran parte molto ordinati e ligi a una regolarità di cui altrimenti si sentirebbe la mancanza – e la cui assenza aprirebbe abissi.

Qui tra amici continuiamo a vivere fasi di preoccupazione alternate a fasi di ironia, in cui gli scherzi su quel che mangeremo da qui alle prossime settimane passano a momenti da battute a ipotesi più vicine alla realtà. Ci pensiamo tutti da giorni ma forse non avevamo il coraggio di verbalizzare queste visioni. Datteri, foglie, capre, cammelli, eventualmente l’acqua dalle sorgenti delle oasi vicino a Dahab. Sta finendo la benzina e viene fuori che dentro di noi da giorni già avevamo immaginato un eventuale spostamento verso Sharm a cavallo. Dunque non erano solo pensate mie. Altri minimizzano, e se parlare delle stesse visioni seriamente o sottoforma di battuta, resta una scelta personale quotidiana.

Da giorni si ha la sensazione di vivere seduti su una polveriera, poi di trovarsi in piedi sul centro del mondo, poi di star vivendo uno stato di sogno, da cui uno di noi si sveglierà all’improvviso per raccontarlo agli altri sulla spiaggia. Poi ancora, l’impressione di stare eretti su un dirupo a guardare giù – un dirupo che non è solo sull’Egitto, ma che sovrasta nuovi equilibri planetari.

Nel frattempo ho scordato di dire che da giorni molti governi di Paesi arabi confinanti e non si stanno parando le spalle con concessioni, promesse di non ripetere la candidatura, dimissioni di primi ministri, riforme o promesse delle stesse. E comunque, la mia prima notizia di oggi è che appena sveglia mi ha telefonato L. da Sharm El Sheikh (l’amico italiano cui pochi giorni fa pareva che io stessi esagerando quando parlavamo di emergenza), dicendomi che la Pro-console di Sharm sta raccogliendo i nomi degli italiani presenti in Sinai e non residenti o non iscritti all’Aire. Con P. provo a chiamarla da stamattina per rilasciare i nomi di noi quattro qui ma non risponde nessuno. Anche lei, che già da prima dei disordini aveva in programma di tornare in Italia, si sentirebbe in colpa a partire adesso. Vorrebbe aspettare un momento in cui lasciare una situazione più tranquilla per gli amici egiziani, quella che aspettiamo tutti con una gran voglia di distensione e festa collettiva – che visti i contrasti popolari non so più se potrà avere luogo.

Ci si aspettano brutti scenari domani al Cairo, ma non è detto, e personalmente spero sempre in colpi di scena anche positivi, e non sempre negativi, da parte dell’imprevedibilità e della flessibilità della vita.

L. mi aveva chiamato anche per sapere se a Dahab ci fosse benzina, dicendomi che a Sharm è finita. Sono passata dagli amici/collaboratori egiziani che organizzano i trasferimenti per l’aeroporto, per sapere se i loro mezzi funzionano ancora e se c’è carburante. Mi dicono che non c’è nessun problema. La cosa strana in questi giorni è che sai sempre che la risposta che ti danno in quel momento, per quanto rassicurante, vale per quel momento o al massimo per quel giorno. Del domani non sappiamo mai niente, mai come ora.

Nel frattempo, si moltiplicano anche i racconti delle violenze e degli abusi subiti da parte degli abitanti di qui per azione della polizia. Ma sono racconti che vanno a sommarsi alle decine già raccolte qui dalla mia prima esperienza in Egitto cinque anni fa, e non li riporterei qui perché credo che la gente possa immaginare o sapere dalla storia cosa succede ai figli di una dittatura. Ai “figli di Mubarak”.

Qui continuano a parlare di giornalisti e blogger arrestati e picchiati. Mi ha fatto impressione un messaggio su Twitter appena letto in TV che dice “sarà un macello, STRANIERI PARTITE”. Ma qui ognuno dice la sua. Sono i giorni senza legge.

Sera del giovedì

Ora è caccia ai giornalisti e ai volti stranieri in genere al Cairo. Un assalto a parere di Marc Innaro concertato perfettamente sfruttando bande locali, e sottolinea “locali” per smentire quello che Omar Suleiman (nuovo vice-presidente) avrebbe detto nel suo lungo discorso di appena un’ora fa, in cui secondo la nuova strategia di oggi riferiva di una cospirazione straniera. Stanno arrivando a sfiorare non solo il ridicolo, ma il surreale, pur di non dimettere Mubarak, inneggiando alla cospirazione dall’esterno. Oggi la versione di moda (perché qui c’è una “versione di moda” ogni giorno) diceva da una parte che è tutta colpa dei giornalisti stranieri per come dipingono l’Egitto all’estero (parole da immortalare dopo quel che abbiamo visto tutti nei giorni scorsi), e dall’altra che c’è sotto il Qatar… Non mi meraviglierei nemmeno se adesso tirassero fuori l’Uomo Ragno o spie aliene. Hanno superato ogni limite.

Poi ci si mette pure la comunità copta, che sostiene Mubarak per la paura dei Fratelli Musulmani – che, ho imparato, fanno del gran bene al Cairo con ospedali, cultura e strutture umanitarie in genere (lì, e all’estero). Insomma, siamo precipitati tutti dentro un film allucinante e allucinogeno. Oggi è uscito un mio articolo su La Nuova Ferrara, grazie a S. Armanino che ha colto le mie prime frasi su Facebook dopo il black-out e si è proposto di farmi un articolo. Ho visto oggi che ha utilizzato frasi della mia prima mail dopo che è tornata la linea.

Il discorso di Suleiman non mi è piaciuto e a un certo punto ho spento perché mi dava fastidio. Mi dava fastidio stare minuti ad ascoltarlo ribadire che il Governo egiziano non sa nulla degli infiltrati armati che creano scompiglio. Arriva dopo tutto ciò che abbiamo saputo tutti tra ieri e oggi e dopo che io stessa ho ricevuto i messaggi di propaganda che la Vodafone invia in questi giorni, firmati “gli amanti del’Egitto” e inneggianti a non prestare attenzione alle manifestazioni di questi giorni e a disertarle. Mi sta stancando perfino la mia stessa indignazione, perché a un certo punto ti stanchi anche del tuo sdegno, del tuo continuo sorprenderti, e ti arrabbi per il fatto che siano riusciti ancora a stupirti con una notizia sempre più grossa della precedente, da dieci giorni infiniti, che sono centinaia di ore diverse.

Anche l’Onu ha lasciato il Paese, e tutti i francesi, dopo gli americani ieri. Un giornalista greco ferito assieme ad altri (inizialmente lo avevano dato per morto), distrutte le videocamere e le riprese della CNN, Marc Innaro parlava solo per telefono per evitare di farsi beccare a riprendere, altri barricati negli hotel.

Blocco di internet, giornalisti malmenati e arrestati, propaganda di massa e assoldamento di poliziotti e civili per dividere il popolo, e c’è ancora qualcuno che cerca di tenere insieme i frantumi del vaso.

Un miliardo di euro già persi solo per il turismo. Nulla comunque in confronto al patrimonio del rais.

Notte

Scrivo senza rileggere, sopraffatta dalla quantità di informazioni e avvenimenti che si susseguono tanto da non riuscire nemmeno più a lavorare alle traduzioni che avrei dovuto portare a termine.

Non riesco quasi più a incontrare B., mio vicino e proprietario di casa oltre che amico fidato, sempre incollato alle news con la famiglia attorno, e il contatto con lui mi manca. Quasi chiunque mi manca in questa solitudine dilatata dal macabro recente. Dunque questa sera, quando l’ho sentito discutere animatamente in arabo al cellulare fuori dalla mia finestra, sono uscita a sedermi fuori anche senza la scusa della sigaretta. Appena ha riattaccato gli ho chiesto subito cosa dicesse e cosa pensasse. La sua positività anche di fronte agli spauracchi e al panico che fa comodo a tanti è stata per me ancora una volta una ventata di sole. Mi ha ripetuto che secondo lui le cose stanno andando di bene in meglio e mi ha riferito che nel canale arabo di Al Jazeera hanno appena annunciato l’arresto di vari ex ministri, congelato i loro ingenti patrimoni e impedito loro ogni possibile fuga all’estero. Dice che la gente si sta muovendo bene, che ce la stiamo facendo. Di nuovo mi scuso per questo mio automatico utilizzo della prima persona plurale: non sono egiziana e parlo l’arabo a stento, ma so da sempre da che parte sto e lo sanno anche loro. Poi B. mi ha spiegato, come un insegnante o un padre, che non abbiamo un’idea di cosa significhi per un popolo sottomesso e allo stesso tempo protetto da una dittatura tradire il proprio dittatore. Mi ha sottolineato che culturalmente fino a poco tempo fa il loro rais era sacro, sviscerando i motivi per cui tanti ancora oppongono resistenza alla sua cacciata. Ma B. è giovane e bello e liberale ed emana una luce fresca e solare che, pur analizzando i fatti in questo modo, non lascia dubbi sulla sua posizione. “Se ne andrà per forza”. “Le cose stanno andando di bene in meglio”, finito il suo discorso sul (riassumo io) necessario simbolico patricidio. Mi piace questa positività di fronte alle ingiustizie e alle brutalità sia fisiche che strategiche messe in atto nelle ultime ore a livello locale e planetario.

Ora una giornalista di spicco della TV di Stato egiziana (Shahira Amin) si è unita alla folla anziché recarsi al lavoro, si è licenziata e ha parlato, rivelando pressioni per raccontare il falso e una visione limitata della realtà.

Nel frattempo, iracheni lasciano l’Egitto dicendo che si sentono più sicuri a casa loro. Messaggio: ora qui è peggio che Baghdad. Non è una barzelletta. Il mondo sembra fare le capriole.

Visto che l’esercito non interveniva, da ieri ci sono cecchini sui tetti a sparare alla folla attorno a Tahrir Square. Un video inviato per social network e ora trasmesso da Al Jazeera mostra un automezzo della polizia entrare tra i manifestanti a velocità sostenuta e investirli come topi senza ritegno. Un egiziano da Piazza Tahrir avvisa su Twitter di non accettare cibo da nessuno, perché ora è avvelenato.

Stanotte sono uscita a vedere il mare che oggi era bellissimo e pacifico come un lago. Dahab è tranquilla come un bel sogno. A tratti, dopo giornate scandite da notizie del genere, al buio ti viene da girarti come a fiutare un nemico. Poi lei smaschera gli inganni della tua immaginazione e qui è ancora pace, gente cordiale, e un mare che compatisce le gesta degli uomini.

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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