2 febbraio 2011, mercoledì

VIOLENZA SELVAGGIA – IL PREZZO DELLA RIVOLUZIONE

Sera del lunghissimo mercoledì 2 febbraio – ed è così strano contare il tempo, che qui è dilatato.

Posso presumere che, naturalmente, su 80 milioni di abitanti vi siano anche conservatori e persone spaventate da questa instabilità e nostalgici della sicurezza che dà una dittatura. Va bene. Ma fino ad oggi i manifestanti manifestavano in pace. Il tafferuglio di ieri sera ad Alessandria si è risolto con due colpi in aria da parte di due soldati su un carro armato. Ma quando mi sono svegliata stamattina, gli scontri erano aumentati, moltiplicatesi anche al Cairo, Suez e altre località,  poi sono iniziate le violenze con sangue ed è arrivata la prima vittima (ufficiale).

E’ terribile vederli in diretta TV, quindi non voglio immaginare come sia da là. Una giornalista inviata da Al Jazeera piangeva mentre parlava sconvolta, diceva che dopo sette giorni di unione e pace non riusciva a concepire una cattiveria del genere, quell’efferatezza impensabile che entrava dai suoi occhi live. Un’altra giornalista diceva che non aveva il tempo per pensare perché dovevano nascondersi. La rivoluzione ha assunto da oggi un sapore diverso, macabro e amaro, a macchiare i colori sgargianti e solari dei toni precedenti.

Tempo un’ora e qui viene svelato l’arcano. Lo dice Al Jazeera, poi dopo diverse ore un primo blog italiano in rete (http://www.ilcircolo.net/lia/) – perché oggi strategicamente torna anche la rete, a coadiuvare la speranza del regime che la gente sfolli. E il mistero dice: è stato dimostrato che coloro che hanno acceso la grande lite, persone armate dopo che per giorni nessun’arma veniva permessa a Tahrir Square, erano membri stessi della polizia cui è stato dato ordine di entrare tra la folla e creare il caos. Ecco “gli ordini precisi” di cui parla l’ipocrisia del TG5 stasera, raccontando dell’intervento dei poliziotti tra la folla di oggi. Raccontandolo a un Paese in cui, chi ascolta, legge “polizia” secondo una mentalità occidentale e democratica (che evoca “sicurezza”, “protezione”) e che qui non ha nulla a che fare con quello che i poliziotti egiziani sono stati liberi di portare avanti giorno dopo giorno su onesti civili, fino alla ciliegina sulla torta di oggi. Di nuovo, ecco di cosa si riempie il servizio sull’Egitto del TG5 nei 3 minuti che si degna di dedicarci, mentre il mondo intero non sarà mai più quello di prima.

Dall’altra parte del mare bisogna stare comodi e il resto riguarda sempre gli altri. Fanno parte di quegli “ordini precisi” le disposizioni date a dipendenti pubblici di scendere in piazza a improvvisare un gruppo pro-Mubarak. Hanno pagato della gente per farlo e l’hanno armata di tutte le molotov che stanno lanciando stasera. Quando non volevano più il Re Faruq ai tempi del colpo di Stato militare (1952) lui se n’è andato per non creare disordini né vittime. Cosa vuole ottenere quest’uomo?

E’ ovvio che, una volta avviata la spaccatura, poi anche la minoranza conservatrice abbia trovato la propria voce e il coraggio di gridare nel corso delle ore successive – e anche di tirare molotov e di ferire, come si vede chiaramente. Li hanno aizzati, animati ed equipaggiati. Chissà perché solo gli uomini della frangia “pro-Mubarak” sono armati e hanno rinvenuto all’improvviso anche sassi e bastoni in una piazza di cui curano perfino una regolare pulizia autogestita. Che lo scontro sia stato fomentato da uomini armati mandati dal regime inficia qualunque discorso riformatore che Mubarak abbia pronunciato ieri sera quale “buon viso” davanti al mondo. E pensare che faceva quasi pena. Sembrava parlasse a un figlio. Il problema è che oggi ho avuto modo di ascoltare l’analisi di quel discorso anche da parte di cittadini egiziani. E mi sono resa conto che quello che io da occidentale avrei letto come un discorso ragionevole e moderato era un codice pieno di messaggi tra le righe (le rassicurazioni da padre padrone, “garantisco che i responsabili saranno punti”, le rassicurazioni sui pericoli più volte sottolineati, giocando al massimo sulle insicurezze di una folla e di un Paese abbandonati a se stessi da una settimana, eccetera eccetera). Parole scelte con un piglio geniale, in quanto dotate di un significato adeguato per i Paesi stranieri, e di un senso secondario diverso per chi è nato qui, e porta ancora l’operato del rais sulla sua pelle.

Ad un certo punto del pomeriggio, intervengono persino “manifestanti pro-Mubarak” a cavallo e a cammello per completare il delirio – di nuovo poliziotti.

Oggi scrivo da uno stato di agitazione particolare rispetto agli altri giorni: tutti i miei amici sono nervosi e quando ci si confronta a tratti si litiga per divergenze di vedute. Poi ci si rende conto che esse non erano molto diverse, ma che la tensione sta giocando le sue carte su di noi. Dunque non so immaginare a che stress siano sottoposte le persone che dormono e manifestano in quella piazza da nove giorni -, gruppi, famiglie, donne, uomini di tutte le età, religioni ed estrazioni sociali, stranieri, contadini, avvocati…

Nel frattempo, ho saputo da fonti riservate che verificherò domani che pare siano scomparse già quattrocento persone di cui non si ha nessuna traccia. Se mettiamo in lista i “desaparecidos”, la comparsa di molotov, cavalli e persino cammelli, pietre e bastoni e ridicoli poliziotti che si sono addirittura travestiti da soldati, pensiamo un attimo a cosa questo grande riformatore potrebbe combinare se gli venisse permesso di restare al potere fino a settembre. Molti nati qui lo sanno già e non pensano neanche un istante a dargli questa possibilità – mi sembra di vedere la logica reazione di un topo che non si fida della furbizia del gatto. Probabilmente, chi lo sostiene ha da lui privilegi e appartiene o alla classe sociale benestante – molto esigua – o al partito senza patria dei paurosi.

Entrando in vari negozi di Dahab con F. in cerca di marche di sigarette già esaurite ovunque, e lottando con alcuni prezzi leggermente aumentati, ho visto tanti di questi ragazzi sintonizzati per ore e giorni solo sulla TV di Stato che mostra informazioni e immagini tagliate, quando non addirittura rovesciate. Secondo Nile TV Tahrir Square ancora è un prato verde senza ombra di essere umano. Alcuni di loro non aprono gli occhi neanche ora che potrebbero farlo.

Dopo quest’escalation amara di violenza, mi manca già la forza erompente dell’unità della folla degli ultimi giorni. Una forza di cui non ero mai stata testimone in questo modo prima d’ora e che prima potevo solo immaginare.

La varietà di ideali delle persone è qualcosa che i media e i governi vogliono sempre associare a una religione o a una nazionalità e che in realtà appartiene al caso e alla persona a livelli micro -, estremamente micro, fino all’intimità. Oggi ho avuto modo di parlare con una donna egiziana emancipata e cresciuta in un Paese occidentale. Vista la spaccatura interna al popolo, con cui si cerca di aprire una guerra civile, parlavamo delle ipotesi peggiori nella nostra visione. Io, italiana e secondo la posizione “ufficiale”, in quanto tale, alleata di Israele, non ho esitato a esprimere la più grande paura che fino a lì non avevo avuto il coraggio di verbalizzare, ossia di un ipotetico intervento armato di Israele in Egitto. Lei, egiziana e “ufficialmente” musulmana e nemica di Israele, ha affermato che quella sarebbe la cosa più giusta che potrebbe succedere, addirittura non nascondendo che di fronte al fantasma del fondamentalismo se ne sentirebbe rassicurata.

Il mondo da dentro ha mille volti e ridurlo a due o tre bandiere sarà sempre e solo un comodo sistema per mantenere le cose coese e controllabili, definibili e maneggiabili, occultando la verità profonda delle persone.

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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One Response to 2 febbraio 2011, mercoledì

  1. maria rosa says:

    GRAZIE DELLE INFORMAZIONI. CONTINUA CHE IO STAMPO. POI MAGARI CI VEDIAMO.

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