1 febbraio 2011, martedì

ONE MILLION MARCH – IPOCRITI ED EROI

La chiamano “marcia di un milione”, in realtà credo si perda il numero di chi si sta recando in piazza col sogno di marciare su Eliopolis, al palazzo presidenziale al Cairo in cui ora Marc Innaro dice trovarsi sia Mubarak che suo figlio Gamal -, che si pensava a Londra.

In questi giorni pare che la spiccata capacità creativa dell’arabo nel raccontare storie ed infarcirle sia uscita dalle sbarre nazionali per invadere il mondo. E’ un delirio narrativo che ha contagiato anche le altre nazionalità, in cui l’invenzione spesso perde la sua matrice naif e fantastica per imbrogliarsi nella manipolazione.

La marcia avverrà in tutte le maggiori città d’Egitto, con un milione di persone previste per la sola Mansoura (la città di Tariq).

L’esercito ha detto chiaramente che non userà violenza e che le rivendicazioni del popolo sono legittime. Recano scritte anti-Mubarak sugli stessi carri armati e i soldati continuano a scambiare frutta e sigarette col popolo che li sostiene.

I giovani ancora agguerriti per un ragazzo torturato fino a ucciderlo dalla polizia un anno fa, per essere un blogger che parlava liberamente -, sulla scia dell’emergency law che da trent’anni tiene in scacco il popolo “egizio”. Fatto condannato con scritti in rete anche da Ayman Nour. Su Facebook si gonfia il gruppo “We are all Khaled Said”.

Copio da internet un approfondimento di quanto detto sopra:

Khaled Said, un egiziano di 28 anni originario della città costiera di Alessandria, sarebbe stato torturato fino alla morte per mano di due poliziotti che volevano perquisirlo in base a quanto consente la legge d’emergenza. Mentre Khaled chiedeva la motivazione o l’esibizione di un mandato, gli agenti l’hanno ucciso. “La legge d’emergenza è uno strumento nelle mani del potere esecutivo per eliminare i diritti fondamentali e la libertà garantiti dalla Costituzione egiziana”, spiega la Federazione Internazionale per i Diritti Umani [en].

We are all Khaled Said  è la pagina di Facebook creata dopo l’episodio per condannare la brutalità della polizia in Egitto.

Gli stessi consiglieri di Mubarak lo avvertono dell’avvicinamento dello tsunami, ma il vecchio sembra non voler ammettere che è finita, that it’s over.

La gente al Cairo inizia ad accusare difficoltà a procurarsi cibo e denaro dopo la chiusura delle banche per il quarto giorno consecutivo.

Buffo un rais che promette riforme mentre continua a mantenere il blocco di internet, chiude Al Jazeera al Cairo, arresta giornalisti e continua a ritirare e a rimandare polizia senza sapere cosa fare.

Questa notte ho sognato che per motivi di coscienza verso i miei prendevo il primo aereo per tornare a casa contro la mia volontà. Ma è stato un incubo, risvegliarmi a Dahab un vero sollievo. Amo profondamente la mia famiglia ma il mio cuore mi dice che adesso voglio continuare a vedere le cose da dentro, e se noi stranieri residenti in loco dobbiamo resistere, voglio partecipare alla resistenza del gruppo. Come cinque anni fa.

Pomeriggio

Qualche crisi di nervi da parte di un paio di persone straniere qui in contraddizione tra il restare e l’andarsene. Un po’ di insonnia e una lista di scenari catastrofici che sono ad oggi pura immaginazione, fino a prova contraria. C’è una gran voglia di stare insieme, ci si vede tutti più spesso -, nello stesso tempo sento che bisogna scegliere con chi si esce e per quanto restarvi in contatto ogni giorno, nel momento in cui certe tensioni si rivelano contagiose e c’è come una corrente elettrica nell’aria che si alza o si abbassa a seconda delle versioni e di chi è presente nel gruppo.

Sono riusciti a bloccare anche un altro dei sistemi o provider con cui qualche informatico era riuscito ad accedere alla rete dal Cairo. Ma in TV intervistano un blogger attivista qui conosciuto che dice che non parlerà del loro trucco, ma che ancora sono riusciti ad evadere la censura e ad avere accesso a internet. Per noi del popolino inesperto, manca da 6 giorni.

La manifestazione di piazza sta in realtà includendo tutte le città d’Egitto e si sta svolgendo in maniera pacifica e festosa tra preghiere, canti e balli e gli stessi civili che si sono organizzati per non permettere a nessuno di entrare nella manifestazione con armi o oggetti contundenti. Di fronte a questi e ad altre decine di episodi del genere che sentiamo in questi giorni, viene da chiedersi con che criterio e con che metro di giudizio fino a ieri un cittadino italiano, inglese o tedesco potesse permettersi di considerare queste persone di qualche grado inferiore alla loro civiltà. Mi chiedo se noi stessi in Italia, con gli italiani di oggi, e non quelli della Resistenza, saremmo stati tanto cooperativi, giusti e organizzati nel far fronte agli sciacalli e nel mantenere la calma e la collaborazione quando si è almeno in due milioni in piazza – che io considero venti milioni conoscendo gli egiziani, perché credo che al Cairo in un giorno siano scesi in strada quasi tutti gli abitanti della città. Avanzano richieste giuste, positive e non violente nel modo più festoso e simpatico che si possa immaginare.

Dov’è l’inciviltà? Dove sono i fanatici musulmani di cui Israele sta sproloquiando per creare terrorismo? Dove la minaccia? Un altro Iran? Non esiste: queste considerazioni rendono chiara solo la scarsa conoscenza della storia e delle culture da parte degli stessi politici – oltre che la loro malizia intenzionale. Ma non voglio dilungarmi su questo punto, perché sono convinta che dobbiamo tutti visualizzare una riuscita positiva di questo momento storico e non il peggio, che non verrebbe certo da movimenti interni al Paese in cui mi trovo e che sto osservando in tutta la sua dignità, desiderando a volte prenderne parte.

Gli interessi internazionali non hanno più importanza: il petrolio, le sovvenzioni, il nostro stesso benessere: non possono avere importanza se sotto tutto questo ci sono persone oneste che piegano la testa e che per quanto studino, per quanto lavorino senza diritti né seri sindacati e per quanto si elevino come esseri umani, non potranno mai superare i cento dollari al mese né venire trattati con rispetto dalla loro stessa polizia. Sono davvero felice di quello che sta succedendo, riconoscente per il fatto di essere qui ad assistere a questo momento storico da quante più angolazioni possibili (persone in carne e ossa e canali TV di tutte le lingue possibili 24 ore su 24), e sempre più fiduciosa che comunque vadano le cose, stanno seguendo un corso giusto e inevitabile.

Un amico mi scrive di stare tranquilla che si sono passati la voce che sto bene, e che se non torno ora sanno che è perché sono bloccata qui. Ma non è vero. Il fatto è che se non torno ora è proprio perché non voglio tornare, e perché considero un privilegio essere qui testimone di un momento che finirà sui libri di scuola. Non vedo l’ora di riavere internet solo per scambiare immagini e diffonderle in tutto il mondo. Le TV di Stato locali e il blocco di internet fanno ridere di fronte alle potenzialità che abbiamo in mano tutti, e che continuano a funzionare, come i canali satellitari con giornalisti a diffondere notizie e immagini in poche ore in tutto il pianeta. Addirittura sui due canali di Stato egiziani non mostrano nemmeno le folle bibliche in piazza, continuando da giorni a mandare quella dannata immagine del traffico che passa scorrevole su un ponte sul Nilo, ripetendo che non succede niente e che è tutto tranquillo.

La marcia su Eliopolis pare rimandata a venerdì, ultimo giorno utile che danno a Mubarak di andarsene degnamente, anche se stanno facendo pressioni perché ciò avvenga entro questa sera, e tutti non aspettiamo che questo. Le immagini della folla in TV sono esaltanti, impressionanti e quasi incredibili. Dicono che l’ultima volta che è avvenuta una cosa del genere è stato nel 1919. Voglio immaginare una festa liberatoria che duri tutta la notte.

Sera dopo il TG5 delle 20 (21 ora locale)

Sono molto arrabbiata. Mentre tutti gli altri canali del satellite parlano chiaramente di un sentimento di gioia e mostrano persone che cantano, che fanno fuochi insieme al Cairo scambiandosi cibo e coperte, che gridano lo stesso coro all’unisono in ben 2 milioni di persone (“il popolo vuole la caduta del regime”), sento il TG5 e vengo profondamente delusa. Le uniche cose che sanno dire nei 5 minuti scarsi che dedicano al caso Egitto sono le parole di alcuni imprenditori italiani codardi che tornano a casa piangenti “per come sta diventando questo Paese” (queste le loro parole). IO MI VERGOGNO. Poi, parlano dei saccheggi al Museo del Cairo, una notizia vecchia di almeno tre giorni se non di più (Ndr. altro evento in cui presto si scopriranno coinvolti impiegati del regime – e non è stato detto che una catena umana di civili si è formata per proteggere l’importante monumento). Poi, intervistano l’unico caso su migliaia di egiziani che ti dice che sì, è preoccupato per l’evenienza di un altro Iran. Questa è una voce che ha deciso di mettere in giro Israele esattamente tra ieri notte e oggi: l’abbiamo vista formarsi, l’abbiamo vista crescere e galleggiare, da un sottotitolo in sordina diventare mostro, abbiamo visto il suo decorso nelle ore, finché è arrivata ai Paesi che devono ancora proteggere la maschera di questa ipocrita alleanza per avere il petrolio, per avere il controllo sul nucleare e sulle armi, per avere la certezza di una pace facile e non meritata, basata su milioni di esseri umani che vivono a testa bassa per reggere questo equilibrio. IO MI VERGOGNO. Poi, mostrano un’altra italiana appena rimpatriata che parla di situazioni di panico, di banditi per le strade del Cairo e di stupri. Io non sto dicendo che una rivoluzione sia tutta la festa che vediamo in Tahrir Square – ribattezzata in questi giorni Liberation Square – ma non si può neanche riempire la notizia di un TG con casi sporadici scelti per dare un taglio ben preciso e calcolato che rappresentano una parte irrisoria della realtà che stiamo vivendo noi che ci siamo dentro e i parenti e conoscenti dei nostri amici in Sinai che sono là, al Cairo, e in tutte le altre città di cui non si parla, ma in cui si ripete la stessa manifestazione e lo sciopero ad oltranza. Conterà pure qualcosa essere qui? Ci sarà pure qualcun altro che come noi legge tra le righe e può vedere lucidamente il formarsi di uno spauracchio, la sua intelligente diffusione, rendendosi conto che neanche i suoi fautori ci credono ma che lo useranno fingendo tutta la preoccupazione possibile, a costo di tutto?

Ciliegina sulla torta: alla fine del discorso dell’unico egiziano che si preoccupa di una dittatura islamica – infatti parlava perfetto italiano e probabilmente veniva da una vita a Milano – staccano e attaccano con inquadrature di piazza di vecchi barbuti vestiti di cenci – nella tipica immagine-icona dell’islamico in stile talebano che fa paura da noi a forza di vedercelo propinare –, e mostrano le immagini dei bambolotti che, rappresentanti Mubarak, i giovani hanno appeso per il collo in piazza. E naturalmente qui creare un parallelo tra queste immagini scherzose e la pena capitale di piazza a Teheran è come sparare sulla Croce Rossa. IO MI VERGOGNO, e non mi interessa che queste scelte stilistiche derivino dall’intenzione di non farmi mancare la benzina, la plastica e l’energia elettrica, se dall’altra parte del mare c’è chi deve fare a meno di una vita degna. Qui siamo tutti stanchi di un’ipocrisia che si taglia a fette quando le sue maschere si abbassano e la gente lontano, meno informata o male informata, continua in gran parte a non percepirla – perché farlo è scomodo.

L’eruzione di un vulcano compresso non può e non deve per forza essere simpatica. Uno tsunami non arriva solo con i fiori portati ai soldati, arriva anche con frange di estremismo, di criminalità e di violenza – che sono, appunto, frange, appendici, effetti collaterali della forza creativa del cambiamento, della vita che avanza, del mondo che per sua natura si riequilibra. L’eruzione del vulcano di un popolo oppresso non può essere dolce solo per compiacere una certa categoria di miei connazionali piagnoni che danno per scontato un frigorifero funzionante, che danno per scontate lampadine che funzionino la sera, che danno per scontata l’acqua dolce e in quantità, che danno per scontato un vestito pulito diverso ogni giorno, che danno per scontato un letto comodo e caldo ogni singola sera, che danno per scontati mezzi di trasporto accoglienti e puliti, che danno per scontato il rispetto di ogni anche più sofisticato loro capriccio che nulla ha più a che fare con giustizia e democrazia.

Ma torniamo a cose serie. Racconto da Al Jazeera in lingua inglese. Dicono che quando intervistano dei giovani feriti in mezzo alla folla, e chiedono loro quanto sia alto il prezzo che stanno pagando, loro rispondono che non hanno pagato nessun prezzo in confronto alla vita che hanno fatto lavoratori loro connazionali negli ultimi 30 anni o in confronto a coloro che hanno perso la vita negli ultimi anni e negli ultimi giorni, per arrivare al punto in cui loro oggi potessero manifestare, movimentando tutto il mondo. Perché qui ci si sente davvero al centro del mondo, dato che, avvenendo tutto ciò nel Paese che regola il traffico di petrolio attraverso il canale di Suez e che fa da cuscinetto tra Occidente e Medioriente, all’improvviso tutte le TV occidentali gli dedicano le prime notizie. Anche se qualche volta in Italia continua a vincere il primo posto il teatrino di Berlusconi, mentre il centro del mondo passa anche come seconda notizia. Viene da pensare perché gli egiziani non ci abbiano pensato prima -, ma un popolo oppresso, così come una persona oppressa, non è mai consapevole della propria importanza.

Oggi io e gli amici italo/egiziani siamo stati a prendere il pane comunale che vendono a prezzi calmierati ogni singolo giorno a 1 pound per venti pezzi. Non ci è sfuggito il dettaglio dell’incetta di pane che hanno fatto le donne, mettendo in coda anche tutti i loro bambini con una moneta a testa tra le dita, come a prepararsi a una carestia.

Ancora, ad Al Jazeera raccontano degli sciacalli che nei giorni scorsi hanno cercato di svaligiare un supermercato al Cairo, fermati da una ronda di privati autogestiti. I ladri si sono giustificati dicendo che si sono meritati i beni rubati dopo 30 anni di oppressione. Al che i vicini di questo isolato, organizzatisi in una ronda privata, sono riusciti a bloccarli, a tornare in possesso degli articoli rubati e a restituirli al legittimo proprietario del supermercato la mattina successiva. E tutto questo senza polizia, e forse proprio grazie alla sua assenza.

Stiamo aspettando il discorso di Mubarak che dovrebbe parlare al popolo stasera. La notizia è arrivata da poco e si prosciuga in un istante la mia speranza di una sera rilassante a film e silenzio. C’è nostalgia di una stabilità, naturalmente, che una dittatura teneva in piedi, e che noi riorganizzeremo come si può nei prossimi giorni, con la speranza che sia in un clima di rilascio di tensioni e di festa. Penso che andremmo in giro abbracciandoci. Chiedo perdono per la mia, potrei chiamarla, “arroganza”, nel parlare al plurale considerandomi parte di un popolo che non è mio, ma è un tratto che mi viene naturale qui così come mi usciva naturale in altri luoghi in cui ho viaggiato e vissuto. Io sono parte delle persone tra cui mi trovo in quel momento e non ho bandiere, non ho tanti peli sulla lingua e non ho grandi paure se non sopra tutte quella di non poter far sentire la mia voce o quella che la verità non venga a galla, anche se generalmente parlando credo che se la stia cavando abbastanza bene e che chi non vuole esser sordo, capirà.

Con oggi il mio mal di schiena è praticamente scomparso – cosa che prendo come un ottimo segno.

Dalle TV straniere apprendiamo che Facebook e Twitter hanno organizzato modi alternativi per aiutare chi è al Cairo a evadere la censura e a inviare messaggi tramite numeri di telefono che stanno diffondendo dalle TV – e di cui i TG italiani non parlano neppure. Hanno mostrato campagne mediatiche per l’Egitto che sembrano avere un impatto bellissimo sui social e di cui potrò essere testimone solo il giorno in cui ci ridaranno le linee.

Trovo impressionante pensare che gran parte di questi giovani – e l’Egitto è davvero un Paese popolatissimo di giovani – non abbiano mai vissuto un singolo giorno di vera democrazia nella loro vita. Mai visto un giorno in cui potersi radunare in gruppi per la strada, manifestare liberamente, formare un coro o dire a voce alta qualsiasi cosa pensassero – un gesto che nella nostra TV è diventato praticamente uno sport scontato e inflazionato. Mai visto un giorno in cui potessero andare a votare liberamente senza venire pestati a sangue. Mai visto un giorno in cui la polizia dello stesso Paese in cui sono nati lavorasse per la loro sicurezza e non per la loro denigrazione. Come tanti, sono a conoscenza di decine e decine di racconti a confermare quest’ultima affermazione, tratti da esperienza personale e dai racconti degli amici in Egitto.

La coesione e la potenza di quella folla è tale, che chiunque i giornalisti abbiano intervistato qua e là per chiedere loro fino a che punto potranno continuare così, e come si può mantenere economicamente un Paese in questo modo (sciopero ad oltranza, coprifuoco sempre più esteso e mai rispettato, i cittadini che non hanno potuto ritirare lo stipendio di gennaio, banche chiuse e bancomat non funzionanti, scarsità di cibo), la loro risposta è sempre e indissolubilmente: non c’è limite al prezzo che siamo pronti a pagare per la libertà. Praticamente, siamo tutti in balia di ottanta milioni di esseri umani che non hanno assolutamente nulla da perdere e che di conseguenza mai si ritirerebbero. Pronti a vivere e a morire, a morire e a vivere. Potrei dire che mi piace, se non fosse che non credo che un dittatore meriti la morte di nessuno. Per la mia mentalità, lui non esiste più in ogni caso, e lo scontro tra i due opposti ora è puramente ideale.

Notte, dopo il discorso storico di Mubarak

Non so da dove cominciare. Sono andata sul tetto a fumare una sigaretta. Ci sono lampi sull’Arabia Saudita, come se anche il tempo stesse impazzendo in questa zona desertica del mondo.

Mi sento sola.

L’impressione è che si stia preparando una vera resistenza, con panorami di carestia e non so di cos’altro perché non voglio saperlo.

Il discorso di Mubarak è stato molto incisivo: nessuna intenzione di andarsene né dalla sua carica né dal territorio egiziano, in cui afferma che morirà – forse alludendo al fatto che non fuggirà come Bel Ali ed altri. Punta ad arrivare alle prossime elezioni in settembre, in cui giura che non si ricandiderà e che ciò non era sua intenzione (“ho esaurito la mia vita servendo l’Egitto”). Cosa che, oltretutto, a detta degli egiziani intervistati da Al Jazeera lui non aveva mai affermato prima, neanche di fronte a domande dirette. Ma vuole andarsene dopo che le cose siano state organizzate, con promesse di modifiche alla costituzione, della guida di una pacifica transizione, di ordini dignitosi alla polizia per ristabilire l’ordine…

Decisamente molto convincente per una mente occidentale come la mia, non preparata al caos e alla mancanza di struttura. Loro invece non hanno battuto ciglio: dicono che sia una rivoluzione storica vedere un popolo arabo rispondere a un discorso del genere da parte del loro “god-father” con cori uniformi che ripetono “vattene”. Questo per me si chiama Resistenza e noi stranieri non abbiamo la più pallida idea di come il Paese si organizzerà, se mai si organizzerà, per farci arrivare almeno cibo, acqua e benzina e per far sopravvivere loro, in città – per ora pare si riforniscano benissimo con turni e assistenza reciproca. Nella piazza al centro del mondo dicono in TV che addirittura stanno effettuando pulizie autogestite perché considerano il territorio pubblico territorio di tutti. Un concetto fino a ieri impensabile, visto in che condizioni di sporcizia e noncuranza versano posti come Dahab. La differenza è che fino a ieri il territorio egiziano non era del popolo. Ora invece lo stanno facendo, lo curano, lo puliscono, lo regolano con un ordine sulla cui natura tutti si interrogano – lo sta facendo il popolo, quindi se voglio fidarmi di loro dovrebbero trovare anche il modo di non lasciare nessuno morire di fame.

La differenza è che loro sono pronti a sacrificare la loro vita. Io sono pronta a vivere dell’essenziale, anche a sopravvivere in uno stato ridotto all’osso, ma non a morire, perché non credo nel martirio. Nessuna persona al mondo né la storia merita a mio parere la fine di una persona perché l’essere è insostituibile. Mubarak, da bravo arabo, non può sopportare la denigrazione. Ha fatto una lista dei punti d’orgoglio nella propria carriera e dei suoi meriti nella storia degli ultimi trent’anni, vorrebbe un’uscita pacata e dignitosa, e credo sinceramente che questo, oltre che comodo, sia più forte di lui, per età e per mentalità. Ha detto che tutti questi giovani – parlandone con finta ammirazione e in maniera paternalistica – si sono lasciati abbagliare da manipolazioni di forze politiche esterne.

Non ho assolutamente sonno alcuno e vorrei passare la notte in compagnia di altre persone, unirmi alla famiglia di B. qui di fianco o agli amici chiusi ciascuno nella propria camera, a parlare dell’accaduto e anche a distrarci, aspettando l’alba. Ma sono sola, e sento che tutto l’Egitto è stato e rimane incollato al televisore.

Intanto su Al Jazeera continuano le interviste e l’infinito pingpong di pareri arguti e interessanti – di giornalisti, manifestanti, attivisti, politici e persino una persona che è sopravvissuta alla pratica delle torture istituita da Mubarak. Realizzo che io e gli altri italiani abbiamo ancora una via di fuga fino all’ultimo aereo turistico disponibile. Poi, saremo al cento percento nelle mani del popolo egiziano e dei giochi internazionali che vi manovrano attorno, e dentro, attraverso i personaggi di spicco.

E’ una strana sensazione. Lentamente, si comincia a sentirsi esausti dei canali di notizie accesi ovunque senza una pausa, che sono diventati da sette giorni il nostro pane quotidiano e che ci mancano se restiamo fuori un paio d’ore.

Adesso dormire mi sembra impossibile, superfluo, non saprei come farlo e con che umore ci si può svegliare. Spero ancora che prevalga la ragionevolezza, se non altro ora per tramite dell’opposizione, perché il popolo in sé è talmente esausto che è pronto a immolarsi per ottenere quello che vuole -, e sembra di assistere al combattimento di due teste d’ariete che spingono l’una verso l’altra, dure come il diamante di una testardaggine antica e radicata.

Sono giorni stranissimi, le ore si sono allungate e l’ultima settimana è durata come una stagione. Si ha l’impressione di essere entrati in uno strano sogno e di non riuscire a uscirne.

E’ notte fonda dopo il discorso di Mubarak. La mia impressione è quella che sarebbe servita qualche ora di silenzio tra il suo comunicato e qualunque reazione della folla. A questa impressione se ne accompagna un’altra immediata: una voce interiore potente che mi dice che da questo momento solo un egiziano dal suo background può essere in grado di giudicare quelle parole e di decidere che direzione prendere. D’un tratto mi mancano ground e background e non ho più né diritto né cognizione sufficienti.

Ora tra la folla del Cairo ci sono reazioni contrastanti: qualcuno che dice che quel che Mubarak ha promesso, di fronte a tanto caos, sia sufficiente, altri che invece – la maggior parte – vogliono restare a manifestare ad oltranza, “el shaab yurid eskat el nezam”. E la gente si sta dividendo in due folle separate esattamente in questo momento ad Alessandria.

Diretta: in questo momento le persone hanno iniziato a usare violenza le une contro le altre, i militari non sanno come fermare lo scontro e iniziano a sparare in aria.

Il discorso di Mubarak è riuscito a dividerli.

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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