30 gennaio 2011, domenica

VIOLENZA, COSPIRAZIONE E FANTASIE DI CARESTIA

La notizie degli evasi dal carcere è arrivata in Italia. Al Cairo e dintorni si moltiplicano saccheggi e furti, addirittura stupri -, se la notizia è vera. Manifestano in quasi tutti i Paesi arabi, manifestano in Iran e davanti all’ambasciata egiziana in Francia e a Londra. Anche la Merkel e Sarkozy invitano Mubarak a non usare la violenza sulla folla la quale, a parte alcuni casi di teppisti, manifesta pacificamente. Al Ministero degli Interni hanno sparato e ucciso tre manifestanti. B. quando mi sono svegliata aveva già riportato fuori tutte le sue auto. Inizia una nuova giornata.

Pomeriggio

Questa mattina D., amico egiziano proprietario di un hotel, riportava di spari a Nuweiba da parte di beduini che nella notte avrebbero fermato il primo manipolo di delinquenti diretti ad assaltare supermercati nelle nostre zone. Al Cairo gli stessi civili autogestendosi hanno organizzato ronde per proteggere le proprie case e famiglie dagli sciacalli. Lui dice di essere appena stato a fare incetta di cibo e acqua per un lungo periodo. I ragazzi del centro immersioni dello stesso hotel ci confermano di avere fatto lo stesso e ci avvertono che la Farnesina ha organizzato da Sharm dei voli gratis nella stessa giornata di oggi per riportare a casa gli italiani che volessero rientrare, gratuitamente. Noi non desideriamo andarcene così in fretta. La notizia mi viene poi smentita sia dall’amico L., da 12 anni a Sharm, sia dalla Pro-Console italiana di Sharm, che chiamo immediatamente per vederci più chiaro. A loro non risulta nulla di tutto ciò. L’egiziano proprietario dell’hotel ci dice che ormai non c’è più polizia né nelle cittadine, né nei posti di blocco su qualsiasi strada, inclusa la nostra area – e che regna il caos. L. al telefono con me smentisce anche questo, dicendo di avere appena passato un check-point fuori Sharm con poliziotti al loro posto. Un’altra notizia (confermata) di questa mattina è che siano stati mandati via anche i giornalisti di Al -Jazeera al Cairo e che non si riceva più il suo segnale dal satellite – e figuriamoci se ci ridanno internet.

Ci ritroviamo in tre italiani a discutere in spiaggia sul da farsi e la nostra preoccupazione maggiore diventa l’idea di rimanere isolati coi rifornimenti d’acqua. Credo che quello sarebbe l’incubo più grande di tutti. Nella notte, tra un notiziario e l’altro, ho persino modellato l’idea, nella peggiore delle ipotesi, di unirsi a una tribù beduina, protetti nell’interno e buoni conoscitori delle oasi. Ne conosco uno valido dai tempi di Tariq (il “Fares” del mio libro).

E poi, comincio ad annotarmi i dettagli. Mi rendo conto che sono i dettagli a tracciare il vero racconto di una rivoluzione, con molta più forza e verità di quelle dei titoli di giornale o dei servizi televisivi che si ripetono a rotazione con pochi stralci di novità e coi giornalisti nostrani che hanno le mani legate. Nei dettagli, ci sono il nuovo modo di guardarsi che hanno le persone per la strada, come studiandosi, come dopo le bombe del 2006. La tensione tangibile nell’aria, che basta sentire un operaio che grida qui fuori per alzare le antenne in attesa della rivolta. I dettagli stanno nella reazione rabbiosa e spaventata di X. ieri. Nell’unica discoteca di Dahab da cui la notte clue non arriva più musica. Nell’idea di sospendere ogni dieta presentendo carestie. Nel pensiero di preparare le valigie in attesa di qualsiasi cosa. Di organizzarci un pick-up in tre per riempirci la casa di confezioni d’acqua. Nell’allarmismo scatenato tra noi dal semplice mancato arrivo del camion di frutta e verdura, oggi -, come se fosse la prima volta che non si presenta. Negli amici che non escono più per una cena da tre euro per tenere da parte quello che hanno in tasca. E nelle versioni contrastanti che cominciano a circolare con le varianti più fantasiose -, come allora. I dettagli stanno anche nel rilevare chi in questi giorni si sta facendo vivo e chi non ti contatterà per niente. E credo che operare un’obiettiva selezione sia, per il mio mondo ottimista e permissivo, d’obbligo. Trarrò le mie conclusioni da qui a quando sarà finita questa storia, e darò la mia considerazione e il mio affetto solo a chi se lo merita davvero. A chi ha dimostrato di meritarselo. Dare affetto a chi non ha dimostrato nulla è un compito che mi ero prefissata dall’inizio del mio buddismo e di cui non sono stata all’altezza. Lo lascerò ad altri, o a tempi che vedranno altre trasformazioni lontane da quella che sono oggi.

E poi ancora parlano di strade bloccate, dell’Egypt Air che ha fermato i suoi voli e dell’ultimo possibile “treno” da prendere in questi giorni, perché una volta che i charter avranno portato indietro gli ultimi turisti, non ne arriveranno più. Rifiuto l’idea di scappare in Israele, dove due anni fa sono stata trattata da criminale solo perché sul passaporto risultava che venivo da otto mesi in Egitto, e dove hanno voluto assicurarsi che lasciassi il Paese entro sera.

Il dilemma se scappare in tempo o restare è bruciante e riempie tutti i nostri discorsi di stranieri. Al momento non potrei sopportare l’idea che, una volta uscita dal marasma, dall’altra parte del mare non potrò più sapere niente di quello che succede ai miei amici qui, perché tutte le comunicazioni sono interrotte. Se solo avessi la garanzia che non vivremo un inferno per mancanza di acqua e cibo, vorrei restare per continuare a riportare le cose da dentro. E possibilmente per vedere il giorno in cui Mubarak lascerà il Paese ed usciremo tutti per le strade ad abbracciarci e a festeggiare. Detto in parole povere: non voglio perdermi lo spettacolo dell’Egitto che si libera, trovandomi sul comodo divano della mia fredda casa italiana, lontana dal cuore della verità.

E quando la verità capita, a ogni ora ti arrivano notizie diverse e versioni che rinforzano o contraddicono le ultime apprese per la strada, dal fornaio, dall’amico. Ciò fa sì che tu ti trovi su una sorta di ruota che gira, a guardare dentro questa o quella possibilità a distanza ravvicinata, ma ancora senza potere entrarvi. Tra questi imbuti che mi si sono aperti intorno nell’immaginazione delle possibilità, ho potuto vedere la guerra civile, il fuggi-fuggi verso le oasi beduine, la dispersione di contatti tra noi conoscenti stranieri, la fuga in Giordania, in Israele o in Europa. Ho potuto vedere episodi di sciacallaggio e cannibalismo tra di noi mentre il paradiso di Dahab si riduce a un inferno. Ho potuto vedere Mubarak andarsene in due giorni e la festa per internet che tornava e tutti ad esultare tra le finestre virtuali sul mondo e le strade, con balli e cori. Ho potuto vedere stupri e uccisioni e perfino i super mercatini più semplici delle nostre aree sventrati e abbandonati. Poi il mio ritorno in Italia senza avvisare nessuno fino al’arrivo a casa. Poi ho visto il mio corpo in fin di vita per un proiettile accidentale sulla strada, e io che nell’ultimo respiro esalavo la password di accesso al mio computer, esortando chi mi soccorreva a pubblicare tutto. Ho visto più volte la polizia venirmi a prelevare a casa per il mio operato e per i miei ideali. Poi ancora il turismo che riprende e le emergenze che si risolvono in pochi giorni sulla scia del mio mantra. Del mio mal di schiena che migliora di giorno in giorno. Ho visto tutte queste cose senza entrarvi, perché ogni ora cambia tutto e si può solo stare in attesa dell’ultima soffiata. Ne ho presentito gli aliti e ho potuto immaginare cosa sia la guerra, cosa sia una rivoluzione, cosa siano l’oscurantismo, la fame, l’anarchia selvaggia, l’isolamento prolungato e anche la cattività. E una volta che ti sei preparato a tenere le valigie pronte per qualsiasi evento, lo hai fatto per sempre. Una volta esperito questo stato di allerta, è come un vaccino che mantiene il suo effetto dentro di te per il resto della tua vita -, e se la cosa dovesse ripetersi nel tuo Paese tu sarai sempre un po’ più pronto degli altri, un po’ meno sprovveduto e un po’ più leggero.

Sera

Non so come, qualche genietto informatico è riuscito a inviare a Twitter e Utube alcuni filmati delle manifestazioni del Cairo di oggi, raggirando il prolungato oscuramento delle reti in tutto il Paese – di cui si risente molto. Da oggi la folla è anche sottoposta alla pressione di elicotteri militari e jet che sorvolano l’area. B. mi ha tranquillizzata dicendo che dalle TV arabe ci sono notizie che vanno migliorando di ora in ora. Noto che alle TV straniere queste notizie arrivano ogni volta con un ritardo di un’ora o più.

Sulle strade del Cairo all’ora della chiamata dalla moschea tutti si inginocchiano per le strade pregando insieme come api che disegnano un alveare perfetto, davanti alle file di elmetti e scudi della polizia. In contemporanea con loro, mi ritrovo spesso nella posizione yoga della devozione ad allungare la schiena per ridurne il dolore, ripetendo pari pari il loro gesto – come se ancora una forza ironica, poetica e misteriosa ci rendesse uno.

Più tardi

Secondo il canale anglofono di Al Jazeera gli sciacalli di cui si parlava ieri in città erano in possesso di carte di identità speciali che li ricollegavano alla polizia. La notizia comincia poi nelle ore a fare il giro anche di altre emittenti. Pare dunque fossero stati sguinzagliati dallo stesso regime per creare caos ora che la polizia si è ritirata. La gente, anziché sentirsi ostacolata dai soldati, in loro presenza di sente protetta.

Notte

Bread, freedom, social justice…

Choose the people or Mubarak regime.

“Iaskut iaskut Hosni Murarak.”

Alcuni degli slogan dal Cairo, per una rivoluzione che non è partita da una fede, da un ceto, dai Fratelli Musulmani o da qualche fazione in particolare, ma dalla gente, unita. Torno ora da un party internazionale con persone che come me vivono qui stabili o parte dell’anno -, dall’Olanda, dalla Polonia, dall’Ungheria, dall’America, dall’Italia, dalla Russia, dalla Germania, tutti insieme. Festeggiamo l’inaugurazione di una casa costruita da una coppia americano/tedesca letteralmente con le loro mani dopo esser stati buggerati da un furbone locale. Ma adesso è arrivata la libertà. Adesso, se ne faranno buon uso, queste cose non succederanno più, o saranno trattate come devono esserlo in una democrazia. Oggi qui si respira un’aria nuova, quasi di euforia, soprattutto di fronte alle scene così profondamente umane dei manifestanti insieme ai soldati nelle città. Pregano. Cantano. Qualcuno recita poesie. Sembra un sogno.

Alla festa -, accanto alla lista di notizie inquietanti di delinquenti a piede libero, un poliziotto ucciso a Taba da gente che cercava di entrare dalla frontiera, i prezzi già lievitati di benzina, gas e latte in Egitto e voli cancellati da gran parte degli Stati europei, la benzina qui quasi esaurita, – si festeggiava con leggerezza, pensando che se sarà l’ultima volta che potremo godere di cocktails e cibo, tanto vale festeggiare. Così come tanto vale festeggiare se stiamo aprendo un nuovo capitolo nella storia di questo Paese. Quest’aria di liberazione dopo trent’anni è una boccata di ossigeno che arriva in tutti gli anfratti d’Egitto come una benedizione.

El Baradei oggi si è unito ai manifestanti in piazza. Stasera ha parlato in pubblico da un megafono. I giovani hanno fatto di tutto per capitargli vicino. Qualcuno era commosso. Dentro di me ho pensato che ha una fisionomia non molto diversa da quella di Ghandi -, e tra lui e Obama voglio ancora sperare in forze del bene che stiano operando per valide vie.

E ancora voci, tante voci. Che Mubarak sia a Sharm El Sheikh, che sia nascosto al Cairo, che la sua famiglia non sia in realtà a Londra o che sia davvero là – il figlio Gamal ha un passaporto inglese per aver studiato e passato molti anni nella capitale britannica, per non parlare delle proprietà. In ogni caso, la sensazione più bella viene dalla certezza che non si tornerà indietro. Sono orgogliosa di questo Egitto e molto curiosa di vedere il suo nuovo volto, giovane, fresco, forte e pieno di vita.

Qualcuno della mia famiglia o amici diversi, non vedendomi più in rete, continuano a mandarmi qualche SMS chiedendo rassicurazioni. I messaggi non funzionano, e non posso spiegare loro che se non posso chiamarli ogni giorno è perché non abbiamo la più pallida idea di quanto denaro liquido potremo disporre qui prossimamente, dopo due giorni di banche chiuse in tutto il Paese – e che non sappiamo nulla della distribuzione di viveri e acqua. Ma nessuno degli stranieri di stasera ha intenzione di andarsene. Quello che è qui da più anni, L., americano, ne ha viste davvero tante in questo Paese, incluso l’attentato di Luxor, la guerra del Golfo e una tempesta di sabbia che nel ’91 ha sommerso la parte in cui viviamo ora. Credo che molto dipenda dall’immagine che ci faremo noi delle cose e dall’atteggiamento che scegliamo di assumere tra un’ansia dispersiva e un sano fatalismo dato dalla fiducia di cavarcela tutti insieme anche questa volta. E poter festeggiare insieme a una festa allora davvero liberatoria. Ancora non riesco a immaginare che in questo Paese in futuro non si respirerà più quella cappa costante di tensione e di omertà che davamo tutti per scontata – e che mi saturava l’aria spingendomi a partire ogni tot mesi.

Sul lungomare tornando a casa uno degli uomini che conoscevo ai tempi del dopo attentato mi ha riferito che Tariq/Fares fosse a Dahab  in questi giorni. Le mie ultime notizie di lui per email, due mesi fa, erano che si era trasferito in Florida (Ndr. pochi giorni dopo, un conoscente di Dahab lo crede in Slovacchia e un altro amico di Alessandria menziona addirittura il Sudan).

Questa notte B. non ha portato dentro le sue auto.

Terza notte di un coprifuoco ridicolo che è come se non fosse mai esistito. Non lo rispetta nessuno, e d’un tratto sembra impossibile che tutti abbiano obbedito a un uomo-mostro per trent’anni. Perché d’un tratto sembra così facile dire no quando si è tutti insieme, gente di tutte le età, a dormire e mangiare vicini, in quella piazza dal 25 gennaio. Qui è appena scattata la mezzanotte, siamo a lunedì 31 gennaio. Sei giorni di rivoluzione che sembrano già un mese.

Tra le immagini di Al Jazeera di oggi sfila anche un carro armato del vecchio regime recante di lato la scritta “fuck Mubarak”. Altri lo stesso, in arabo e in inglese.

Amo questo popolo. In una chiamata veloce al cellulare per tranquillizzare mio padre, gli ho detto che sto scrivendo tutto e che voglio restare per riportare le cose da dentro. Mi è parso felice delle notizie di oggi, – io ho lasciato perdere i TG italiani e non so nemmeno più cosa stiano raccontando, tranne il fatto che ho sentito anche la RAI dire “coprifuoco in tutto il Paese”, come se Alessandria, Cairo, Mansoura e Ismalia fossero “tutto il Paese”. Un Paese di 83 milioni di abitanti. E poi, ci siamo noi.

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About Sonia Serravalli

Scrittrice (/fotografa e spirito nomade)
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